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L'UNITA' 7 marzo 2003 |
chietinuova 3febbraio.it |
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La sceneggiata triste della RAI e del suo Cda non
deve far dimenticare che
l’Italia è diventato un Paese a reti unificate. Denunciare
questa situazione è ormai un dovere civile. E’
necessario costruire una nuova e grande iniziativa popolare su «Raimediaset»,
le reti unificate che obbediscono alla voce del padrone. Il duopolio è
diventato monopolio, e la sua reale gerarchia è evidente: non «Raimediaset»
ma «Mediasetrai». Qualcuno avrà ancora voglia di dire: una grande
risorsa per l’Italia?. Secondo
molti osservatori equilibrati, la farsa inscenata intorno agli ultimi
conati del consiglio d’amministrazione dimezzato ha colmato la misura.
Molti si sono indignati soprattutto per l’esautoramento dei presidenti
delle Camere cui spetta il ruolo istituzionale di nomina dei nuovi
consiglieri e per la spavalda sopraffazione esercitata a loro danno dai
partiti della maggioranza. Ora è vero che questa effrazione formale ha
un potente significato simbolico, ma bisogna riconoscere che dal punto di
vista sostanziale la misura era colma da molto tempo prima. Lo
era già quando il monopolista televisivo che sta alla presidenza del
Consiglio ha rinnovato la cerimonia delle cassette preregistrate, a
dicembre, per celebrare il consueto elogio di se stesso e oscurare, con
l’anticipo di ventiquattro ore, il messaggio presidenziale di Ciampi, a
febbraio per minacciare la magistratura dopo che la Cassazione aveva
applicato la Cirami lasciando il suo processo a Milano. Ed era già colma
quando, dopo il suo proclama bulgaro contro Biagi, Santoro e Luttazzi, il
pluralista Baldassarre e il forzista Saccà avevano eseguito l’ordine.
Ed era colma ancora prima, quando le reti unificate hanno celebrato le
leggi vergogna, con cui si legalizzava l’illegalità a vantaggio di
pochi potenti, come se fosse stato realizzato con quelle il cosiddetto
programma dei cento giorni. E infine, a essere sinceri, era già colma
all’inizio, fin dal primo momento in cui il monopolista televisivo era
diventato presidente del Consiglio. Come sarebbe andata si sapeva già
allora bastava non volersi ingannare da soli. Molto
prima del grottesco pasticcio del CdA, la televisione italiana delle reti
unificate è diventata un mezzo, anzi il mezzo di governo. Solo se
filtrata attraverso la televisione la prassi di governo assume una sua,
sempre ingannevole, credibilità. Le promesse della campagna elettorale
non sono state mantenute ma la televisione ci assicura di sì, le
offensive privatistiche alla scuola e alla sanità pubbliche e alla
progressività dell’imposizione fiscale in Tv diventano serie riforme
sociali, la politica estera è un pastrocchio di cartapesta, per di più
servile, ma diventa vera sullo schermo. La televisione fa diventare vero
tutto: se ci sarà la pace il presidente del Consiglio si celebrerà come
l’artefice principale, se ci sarà la guerra riuscirà ad apparire come
l’alleato più autorevole. Ma
al tempo stesso, con la sua verità la televisione nega la verità. Gli
eventi scomodi vengono cancellati e sviliti, come la grande manifestazione
per la pace, mentre i danni provocati dal governo vengono cantati come
successi strabilianti. Oggi i giornalisti veri hanno il bavaglio o sono
sorvegliati speciali. Ai pochi programmi che riescono a esercitare
ancora un pizzico di critica é permessa una vigilata sopravvivenza solo
per garantire un’apparenza di pluralismo: il pluralismo concesso dal
padrone. Non parliamone troppo se no chiudono anche quelli. La
televisione italiana è uno strumento di rincretinimento collettivo. Ma ci
sono due modi per esercitarlo. Si può usare la mistificazione
intelligente oppure la semplice idiozia. A noi è toccata in sorte
l’idiozia: esemplare quella dei giulivi che nello spot governativo si
ringraziano l’un l’altro perché fanno la spesa. E questa forse è una
fortuna: la televisione italiana è, da tempo, sempre più stupida e
quindi come mezzo di rincretinimento lascia un po’ a desiderare. Ma
nella sua rozzezza è pervasiva. La televisione, con i suoi personaggi e i
suoi intrattenimenti, domina nella stampa settimanale come fonte e oggetto
di comunicazione. La televisione rincretinisce anche la radio: ne è
testimone la sgradevole mutazione cui è stata sottoposta la Rete Tre. Non
solo, allargherà la sua capacità di inebetimento anche sul libro, ora
che il governo ha proposto per il libro un’autority (in inglese,
naturalmente) a capo della quale si è posto il presidente del Consiglio
stesso. E
il mondo del libro sarà sempre più ridotto a pacchi di best-seller da
supermercato. Così,
dall’immagine sullo schermo alla carta stampata, il cerchio si chiude
agli ordini di un principio dominante: la raccolta pubblicitaria, fonte
inesauribile di potere economico e all’occorrenza di fondi neri, come la
storia giudiziaria italiana dimostra. Qualcuno vorrebbe consolarci con le
tristezze degli altri. In Francia un individuo arricchito con il commercio
di armi ha di recente perfezionato un monopolio sulla stampa, comprese
alcune nobili case editrici. La differenza con l’Italia è che i
francesi mai si sognerebbero di mandano in parlamento né tantomeno alla
presidenza. Da
noi invece la raccolta pubblicitaria in persona è al vertice del potere e
la pubblicità è forma e sostanza naturale del suo governo. Le disastrose
conseguenze istituzionali di questo stato di cose cominciano finalmente a
essere riconosciute anche da chi per anni non aveva voluto vederle o le
aveva sottovalutate. Ma la guerra aggiunge un elemento di pericolo
ulteriore. L’enorme potenzialità di distorsione, falsificazione,
omissione di notizie, e quindi di impedimento alla conoscenza, in mano
alla televisione è in diretto possesso del potere politico, e se ciò è
temibile in tempo di pace apre rischi incalcolabili in tempo di guerra.
Abbiamo da poco sentito stridule voci governative che, di fronte
all’abnegazione cristiana con cui i giovani disubbidienti interponevano
i loro corpi disarmati al passaggio ferroviario di materiale bellico,
hanno avuto la spudoratezza di parlare di tradimento, quasi che la
ribellione pacifista impedisse una vittoria imminente. La retorica
bellicista diventa preventiva come la guerra? Coloro
che non vogliono essere ingannati da un potere incontrollabile, né
consolati dalle sue falsità, hanno il dovere civile di esprimere tutta la
loro forza di persuasione. E’ necessario riprendere senza stancarsi una
larga iniziativa popolare contro il monopolio dell’informazione
televisiva. La vastissima opinione pubblica cresciuta nell’ultimo anno e
mezzo deve riuscire a svegliare i cittadini addormentati dall’arte della
televendita applicata alla politica. |
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