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 L'UNITA' 7 marzo 2003

chietinuova

3febbraio.it


I DISUBBIDIENTI DEL TELECOMANDO
di FRANCESCO PARDI


La sceneggiata triste della RAI e del suo Cda 

non deve far dimenticare

che l’Italia è diventato un Paese a reti unificate.

Denunciare questa situazione è ormai un dovere civile.

 

E’ necessario costruire una nuova e grande iniziativa popolare su «Raimediaset», le reti unificate che obbediscono alla voce del padrone. Il duopolio è diventato monopolio, e la sua reale gerarchia è evidente: non «Raimediaset» ma «Mediasetrai». Qualcuno avrà ancora vo­glia di dire: una grande risorsa per l’Italia?.

Secondo molti osservatori equilibrati, la farsa inscenata intorno agli ultimi conati del consiglio d’amministrazione dimezzato ha colmato la misura. Molti si sono indignati soprattutto per l’esautoramento dei presidenti delle Camere cui spetta il ruolo istituzionale di nomina dei nuovi consiglieri e per la spavalda sopraffazione esercitata a loro danno dai partiti della maggioranza. Ora è vero che questa effrazione forma­le ha un potente significato simbolico, ma bisogna riconoscere che dal punto di vista sostanziale la misura era colma da molto tempo prima.

Lo era già quando il monopolista televisivo che sta alla presidenza del Consiglio ha rinnovato la cerimonia delle cassette preregistrate, a dicembre, per celebrare il consueto elogio di se stesso e oscurare, con l’anticipo di ventiquattro ore, il messaggio presidenziale di Ciampi, a febbraio per minacciare la magistratura dopo che la Cassazione aveva applicato la Cirami lasciando il suo processo a Milano. Ed era già colma quando, dopo il suo proclama bulgaro contro Biagi, Santoro e Luttazzi, il pluralista Baldassarre e il forzista Saccà avevano eseguito l’ordine. Ed era colma ancora prima, quando le reti unificate hanno celebrato le leggi vergogna, con cui si legalizzava l’illegalità a vantaggio di pochi potenti, come se fosse stato realizzato con quelle il cosiddetto programma dei cento giorni. E infine, a essere sinceri, era già colma all’inizio, fin dal primo momento in cui il monopolista televisivo era diventato presidente del Consiglio. Come sarebbe andata si sapeva già allora bastava non volersi ingannare da soli.

Molto prima del grottesco pasticcio del CdA, la televisione italiana delle reti unificate è diventata un mezzo, anzi il mezzo di governo. Solo se filtrata attraverso la televisione la prassi di governo assume una sua, sempre ingannevole, credibilità. Le promesse della campagna elettorale non sono state mantenute ma la televisione ci assicura di sì, le offensive privatistiche alla scuola e alla sanità pubbliche e alla progressività dell’imposizione fiscale in Tv diventano serie riforme sociali, la politica estera è un pastrocchio di cartapesta, per di più servile, ma diventa vera sullo schermo. La televisione fa diventare vero tutto: se ci sarà la pace il presidente del Consiglio si celebrerà come l’artefice principale, se ci sarà la guerra riuscirà ad apparire come l’alleato più autorevole.

Ma al tempo stesso, con la sua verità la televisione nega la verità. Gli eventi scomodi vengono cancellati e sviliti, come la grande manifestazione per la pace, mentre i danni provocati dal governo vengono cantati come successi strabilianti. Oggi i giornalisti veri hanno il bavaglio o sono sorvegliati speciali. Ai pochi pro­grammi che riescono a esercitare ancora un pizzico di critica é per­messa una vigilata sopravvivenza solo per garantire un’apparenza di pluralismo: il pluralismo concesso dal padrone. Non parliamone troppo se no chiudono anche quelli.

La televisione italiana è uno strumento di rincretinimento collettivo. Ma ci sono due modi per esercitarlo. Si può usare la mistificazione intelligente oppure la semplice idiozia. A noi è toccata in sorte l’idiozia: esemplare quella dei giulivi che nello spot governativo si ringraziano l’un l’altro perché fanno la spesa. E questa forse è una fortuna: la televisione italiana è, da tempo, sempre più stupida e quindi come mezzo di rincretinimento lascia un po’ a desiderare. Ma nella sua rozzezza è pervasiva. La televisione, con i suoi personaggi e i suoi intrattenimenti, domina nella stampa settimanale come fonte e oggetto di comunicazione. La televisione rincretinisce anche la radio: ne è testimone la sgradevole mutazione cui è stata sottoposta la Rete Tre. Non solo, allargherà la sua capacità di inebetimento anche sul libro, ora che il governo ha proposto per il libro un’autority (in inglese, naturalmente) a capo della quale si è posto il presidente del Consiglio stesso.

E il mondo del libro sarà sempre più ridotto a pacchi di best-seller da supermercato.

Così, dall’immagine sullo schermo alla carta stampata, il cerchio si chiude agli ordini di un principio dominante: la raccolta pubblicitaria, fonte inesauribile di potere economico e all’occorrenza di fondi neri, come la storia giudiziaria italiana dimostra. Qualcuno vorrebbe consolarci con le tristezze degli altri. In Francia un individuo arricchito con il commercio di armi ha di recente perfezionato un monopolio sulla stampa, comprese alcune nobili case editrici. La differenza con l’Italia è che i francesi mai si sognerebbero di mandano in parlamento né tantomeno alla presidenza.

Da noi invece la raccolta pubblicitaria in persona è al vertice del potere e la pubblicità è forma e sostanza naturale del suo governo. Le disastrose conseguenze istituzionali di questo stato di cose cominciano finalmente a essere riconosciute anche da chi per anni non aveva voluto vederle o le aveva sottovalutate. Ma la guerra aggiunge un elemento di pericolo ulteriore. L’enorme potenzialità di distorsione, falsificazione, omissione di notizie, e quindi di impedimento alla conoscenza, in mano alla televisione è in diretto possesso del potere politico, e se ciò è temibile in tempo di pace apre rischi incalcolabili in tempo di guerra. Abbiamo da poco sentito stridule voci governative che, di fronte all’abnegazione cristiana con cui i giovani disubbidienti interponevano i loro corpi disarmati al passaggio ferroviario di materiale bellico, hanno avuto la spudoratezza di parlare di tradimento, quasi che la ribellione pacifista impedisse una vittoria imminente. La retorica bellicista diventa preventiva come la guerra?

Coloro che non vogliono essere ingannati da un potere incontrollabile, né consolati dalle sue falsità, hanno il dovere civile di esprimere tutta la loro forza di persuasione. E’ necessario riprendere senza stancarsi una larga iniziativa popolare contro il monopolio dell’informazione televisiva. La vastissima opinione pubblica cresciuta nell’ultimo anno e mezzo deve riuscire a svegliare i cittadini addormentati dall’arte della televendita applicata alla politica.

    
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