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 IL MANIFESTO 1 febbraio 2003

chietinuova

3febbraio.it

 


FINO IN FONDO
di LUIGI PINTOR

 

L'on. Berlusconi è convinto di aver con sé l'opinione pubblica, la maggioranza del popolo, quando proclama il proprio diritto all'immunità come capo di governo eletto dal popolo medesimo. Forse millanta credito, forse la gente è meno credulona. Ma può anche darsi che abbia ragione, non parlate al conducente e non disturbate il manovratore c'era scritto sugli autobus e corrisponde al senso comune. Questo senso comune è stato in questi anni coltivato e teorizzato politicamente a destra e a sinistra. Stabilità ed efficienza, quindi decisionismo, quindi sistema maggioritario, quindi rappresentanza parlamentare e potere esecutivo saldati e blindati, quindi capi carismatici, quindi spirito plebiscitario. La rigidità aziendale sovrapposta all'elasticità democratica, una concentrazione di potere invece di una distinzione e di un equilibrio di poteri.

E' un meccanismo intrinsecamente totalitario o totalizzante, se la parola evoca meno ricordi. Il conflitto dell'on. Berlusconi con la magistratura è personale, trattandosi di un imputato di reati penali, ma investe le istituzioni in quanto tali, compreso il Quirinale. Se questo accade oggi, cosa non accadrebbe in regime di premierato, con investitura diretta del conducente?

Paradossalmente, se la sua maggioranza storcesse il naso e preferisse una diversa leadership al proprio interno l'on. Berlusconi le negherebbe legittimità. Nel futuro regime scioglierebbe il parlamento e il ricorso al giudizio del popolo sovrano non sarebbe una minaccia indiretta ma una conseguenza diretta. Andrò fino in fondo, fino in fondo, questa sua espressione autorizza a immaginare qualsiasi scenario.

Di paradosso in paradosso, se seri indizi pesassero sul capo del governo chiunque fosse circa la vicenda di Cogne, finita anch'essa in Cassazione, la teoria dell'immunità avrebbe la stessa forza che ha in materia di corruzione? Ma sì, l'invocazione della sovranità popolare contro la calunnia, l'intrigo e la persecuzione politica può sempre valere, una volta che sia assunta come principio regolatore assoluto della vita pubblica e fonte di assoluzione.

Se così è in condizioni di normalità e in stato di pace, cosa succederebbe in condizioni di emergenza e in stato di guerra? Non c'è dubbio, un processo penale al capo di un governo di un paese in guerra non si è mai visto e sarebbe un alto tradimento. Questo non è un paradosso, reduce dall'incontro con Blair e Bush l'on. Berlusconi è riconosciuto come il principale alleato europeo nel fronte di guerra all'Iraq, la stampa anglo-americana non dice più male di lui e dei suoi affari ma bene del suo probabile impegno militare. Continuerà a dirne male un tribunale milanese?

Noi naturalmente sì, per quel che vale, ma ci sconcerta che la sinistra non raccolga di slancio il guanto di sfida. L'on. Berlusconi ha mal governato, sul terreno dell'economia e delle relazioni sociali, dei bisogni e dei diritti pubblici, delle regole istituzionali e della legalità democratica, della nostra collocazione internazionale e della pace, ed è lontano dal consenso plebiscitario a cui aspira. Ma la sinistra si ritrae perché ha dato spago al senso comune di cui ora è vittima e ha più paura che fiducia. Dovrebbe imparare dall'avversario a invertire l'ordine dei fattori e ad andare fino in fondo.

   
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