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FINO
IN FONDO
di LUIGI PINTOR
L'on.
Berlusconi è convinto di aver con sé l'opinione pubblica, la maggioranza
del popolo, quando proclama il proprio diritto all'immunità come capo di
governo eletto dal popolo medesimo. Forse millanta credito, forse la gente
è meno credulona. Ma può anche darsi che abbia ragione, non parlate al
conducente e non disturbate il manovratore c'era scritto sugli autobus e
corrisponde al senso comune. Questo senso comune è stato in questi anni
coltivato e teorizzato politicamente a destra e a sinistra. Stabilità ed
efficienza, quindi decisionismo, quindi sistema maggioritario, quindi
rappresentanza parlamentare e potere esecutivo saldati e blindati, quindi
capi carismatici, quindi spirito plebiscitario. La rigidità aziendale
sovrapposta all'elasticità democratica, una concentrazione di potere
invece di una distinzione e di un equilibrio di poteri.
E' un meccanismo intrinsecamente totalitario o totalizzante, se la parola
evoca meno ricordi. Il conflitto dell'on. Berlusconi con la magistratura
è personale, trattandosi di un imputato di reati penali, ma investe le
istituzioni in quanto tali, compreso il Quirinale. Se questo accade oggi,
cosa non accadrebbe in regime di premierato, con investitura diretta del
conducente?
Paradossalmente, se la sua maggioranza storcesse il naso e preferisse una
diversa leadership al proprio interno l'on. Berlusconi le negherebbe
legittimità. Nel futuro regime scioglierebbe il parlamento e il ricorso
al giudizio del popolo sovrano non sarebbe una minaccia indiretta ma una
conseguenza diretta. Andrò fino in fondo, fino in fondo, questa sua
espressione autorizza a immaginare qualsiasi scenario.
Di paradosso in paradosso, se seri indizi pesassero sul capo del governo
chiunque fosse circa la vicenda di Cogne, finita anch'essa in Cassazione,
la teoria dell'immunità avrebbe la stessa forza che ha in materia di
corruzione? Ma sì, l'invocazione della sovranità popolare contro la
calunnia, l'intrigo e la persecuzione politica può sempre valere, una
volta che sia assunta come principio regolatore assoluto della vita
pubblica e fonte di assoluzione.
Se così è in condizioni di normalità e in stato di pace, cosa
succederebbe in condizioni di emergenza e in stato di guerra? Non c'è
dubbio, un processo penale al capo di un governo di un paese in guerra non
si è mai visto e sarebbe un alto tradimento. Questo non è un paradosso,
reduce dall'incontro con Blair e Bush l'on. Berlusconi è riconosciuto
come il principale alleato europeo nel fronte di guerra all'Iraq, la
stampa anglo-americana non dice più male di lui e dei suoi affari ma bene
del suo probabile impegno militare. Continuerà a dirne male un tribunale
milanese?
Noi naturalmente sì, per quel che vale, ma ci sconcerta che la sinistra
non raccolga di slancio il guanto di sfida. L'on. Berlusconi ha mal
governato, sul terreno dell'economia e delle relazioni sociali, dei
bisogni e dei diritti pubblici, delle regole istituzionali e della legalità
democratica, della nostra collocazione internazionale e della pace, ed è
lontano dal consenso plebiscitario a cui aspira. Ma la sinistra si ritrae
perché ha dato spago al senso comune di cui ora è vittima e ha più
paura che fiducia. Dovrebbe imparare dall'avversario a invertire l'ordine
dei fattori e ad andare fino in fondo.

aaaaaaaaaa
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