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(«La mina» è tratto da
«Servabo»,il libro che Luigi Pintor ha pubblicato,nel 1991, per Bollati
Boringhieri)
LA MINA
di LUIGI PINTOR
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Non so perché la persona
incaricata dell'informazione non me ne parlò tranquillamente a casa sua.
Mi convocò come un cospiratore nello scantinato di un palazzo nobiliare,
ingombro di bauli e brandine, che serviva da rifugio notturno. E in quella
atmosfera irreale, alla luce fioca di una lampada, cominciò un assurdo
racconto. Un piccolo gruppo, una notte di dicembre, uno sperduto paese del
sud, un fronte di guerra da attraversare, un sentiero di campagna lungo un
torrente, un campo minato sfuggito ai ricognitori, uno scontro a fuoco,
un'esplosione nell'oscurità. E alle prime luci dell'alba il corpo riverso
in una vigna sotto un muretto.
Era una successione idiota di parole che non combinavano in nessun modo
con l'immagine di mio fratello. Chi lo conosceva come me non poteva
scoprirlo all'improvviso così vulnerabile, in quel luogo romanzesco, in
quella posizione innaturale, insensibile a ogni richiamo, inerte nel
giorno e nella notte sotto un cielo invernale. Non ho mai assimilato
neppure dopo molti anni uno scenario così inverosimile.
Mi vennero pensieri deviati e confusi. Forse nei giorni di settembre,
quando in bicicletta mi ero spinto sulle vie consolari per cercare un
varco tra i posti di blocco, avrei potuto raccontargli che la città era
circondata e dissuaderlo dai suoi progetti. Oppure avrei potuto esserci
anch'io, in quella spedizione, per suggerirgli di cercare rifugio in un
fossato piuttosto che in un vigneto. Erano strani pensieri connessi ai
nostri giochi, gare in bicicletta e duelli con cerbottane in giardino,
artifici che cercavano di annullare il tempo.
Quel racconto continuò con molti dettagli, che c'entravano gli inglesi,
che c'era una mappa disegnata da un sopravvissuto, che c'era da qualche
parte una lettera per me, che ne dipendeva la vita di altre persone
paracadutate oltre le linee, che perciò bisognava tenere segreta la
notizia. Dunque era passato molto tempo ed ero stato tenuto
nell'ignoranza, chissà che fine aveva fatto quel corpo insepolto.
Me ne andai da quello scantinato poco dopo l'alba, le strade erano più
fredde del solito e non incontrai una sola persona. Ricordo la città
sempre piovosa ma in quel mattino di febbraio pioveva sul serio. Arrivai a
casa fradicio con un pensiero fisso: come faccio a dirlo a mia madre? Era
una donna saggia, ma questa morte dopo quella di nostro padre era
un'esagerazione.
Nei giorni della pace non sarà semplice raggiungere quel paese diroccato,
quella gola e quella vigna che mi erano state descritte con tanta minuzia.
Con il mio vecchio zio, afflitto e silenzioso, viaggiamo per più giorni
attraversando borghi desolati, in un paesaggio dove all'antica povertà si
sommava la devastazione. Quando la guerra si allontana le sue tracce sono
spettrali, c'erano cimiteri improvvisati e paesi dove non restava un muro
più alto di un metro. Giunti a destinazione non trovammo un solo tumulo
dove ce l'aspettavamo ma più d'uno, i corpi di soldati di varie
nazionalità e di civili malcapitati.
Fu un rito funebre molto inconsueto. Senza l'aiuto di un becchino
improvvisato non avremmo identificato neppure con approssimazione i resti
di quella strana persona che aveva delle galoches nello zaino, perché non
amava i disagi della cattiva stagione. Non solo morte violenta ma
subitanea, a giudicare dalle vertebre spezzate. Chino sulla fossa il
vecchio zio, sapiens cor et intelligibile, provvedeva alla certificazione.
Non ero abituato e forse avrei dovuto lasciare che i morti seppellissero i
morti, come raccomandava il messaggio dall'oltretomba. Però i contadini
del luogo, donne in lutto e ragazzi scalzi, onorarono con bandiere questo
ritrovamento e il trasporto in una tomba meno irregolare. Fu per me una
malinconica conferma, tra le tante fornite dalla guerra, di quelle virtù
popolari che resteranno un mito indistruttibile della mia giovinezza.

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