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L'UNITA' 6 agosto 2003 |
chietinuova 3febbraio.it |
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«La corruzione elevata a sistema». In 537 pagine le ragioni
delle
condanne di Previti & C. Una valanga di prove. Non solo quelle emerse in dibattimento e che già erano state evidenziate dall’accusa. Leggendo e rileggendo gli atti, il presidente Paolo Carfì e i suoi colleghi Enrico Consolandi e Maria Luisa Balzarotti hanno scoperto due foglietti, che da soli sarebbero bastati a dimostrare l’esistenza di una lobby giudiziaria che girava attorno a Cesare Previti, di cui facevano parte i giudici Vittorio Metta e Renato Squillante e in cui operavano stabilmente gli avvocati Giovanni Acampora e Attilio Pacifico. Proprio come aveva raccontato la «visionaria» Stefania Ariosto. Nella premessa della sentenza Imi-Sir/Lodo Mondadori i giudici quasi ironizzano: il processo è durato un’eternità, grazie a due istanze di astensione, sette dichiarazioni di ricusazione e una richiesta di rimessione. Ma l’ostruzionismo processuale degli imputati alla fine si è rivelato una strategia perdente: «Ci è stato concesso molto tempo per studiare in modo capillare e approfondito, fino a un giorno prima della camera di consiglio, tutto l’enorme materiale processuale, rappresentato da oltre 100 faldoni di documentazione di ogni genere». Questo lavoro di studio «certosino» è approdato a una conclusione certa: «La causa civile Imi-Sir fu tutta frutto di una gigantesca opera di corruzione che si è spinta al punto di concordare, tra il giudice Metta e gli avvocati occulti di Nino Rovelli (Previti, Pacifico e Acampora, ndr) la preventiva decisione della controversia e la conseguente stesura della motivazione della sentenza di Appello». La sentenza per il Lodo Mondadori ha gli stessi protagonisti: «il giudice Metta e i tre avvocati d’affari, allora agenti nell’interesse dei Rovelli, oggi in quello della Fininvest di Silvio Berlusconi. Sotto questo profilo le due sentenze «sembrano la fotocopia l’una dell’altra». Il lavoro del collegio ha mantenuto una stretta correlazione tra le due vicende, con l’obiettivo di dimostrare che la lobby giudiziaria non era un miraggio di Stefania Ariosto. Tutto partì dalle rivelazioni dell’incauta Stefania, che gettandosi senza salvagente in un mare di guai disse proprio questo: Cesare Previti, il suo amico Pacifico, il giudice Squillante, l’allegra compagnia di magistrati che partecipava a cene e viaggi premio era pagata per manipolare sentenze. Ed ecco la prova della manipolazione. Già nelle prime righe delle loro 537 pagine i giudici anticipano la notizia. Spulciando in quei cento faldoni e lavorando come monaci intenti alla ricostruzione di un complesso mosaico hanno scoperto due prove che neppure i pm avevano evidenziato in dibattimento. Detto per inciso, Ilda Boccassini e Gherardo Colombo, sono sotto accusa a Brescia, perchè a parere degli imputati, avrebbero occultato delle prove che indebolivano la tesi accusatoria. In effetti i giudici hanno scoperto esattamente il contrario: sepolte tra le carte depositate agli atti del processo c’era la prova evidente della manipolazione dei processi da parte degli imputati. E i pm non l’avevano neppure menzionata. Il «bravo» giudice Metta (e davvero sembra qui che il Tribunale usi manzonianamente l’aggettivo «bravo») «le soluzioni giuridiche le pensava e le sentenze le scriveva avvalendosi dell’aiuto di terzi estranee, in piena collaborazione con la parte Rovelli». Lui, che come un «violinista virtuoso» scriveva le sue sentenze senza trascurare mai l’eleganza delle forma, piuttosto rozzamente ha copiato nella sentenza d’Appello del novembre ‘90 (che coi successivi aggiustamenti regalerà ai Rovelli mille miliardi di risarcimento) un appunto, praticamente la minuta della sentenza, che era stata scritta dall’avvocato Acampora. I brani sono «assolutamente identici, fin nella punteggiatura» scrivono i giudici, che si sono ritrovati tra le mani questo documento che non esitano a definire «sconvolgente». Ma non basta: tra gli appunti sequestrati a Pacifico hanno notato un documento che era sfuggito probabilmente alla stessa accusa. Si tratta apparentemente di una copia di una consulenza tecnica fatta dal perito del Tribunale Pasquale Musco. Ma da una analisi più accurata, mettendola a confronto con l’originale, si è scoperto con raccapriccio che si trattava di «una prima versione» dell’originale «che verrà poi letteralmente travasata in quella consegnata al Tribunale». E i giudici concludono che se il reato non fosse prescritto, dovrebbe esserci un altro indagato in questa inchiesta, il consulente tecnico Musco, che aveva il delicatissimo compito di stabilire, per conto del Tribunale, quanto valeva il gruppo Sir e invece stilò la sua perizia accordandosi con una parte. I giudici ci tengono a correggere almeno su un punto i giornali. «Questo processo - scrivono - è stato mediaticamente definito il processo Previti». In realtà «è un processo ad alcuni magistrati della corte d’appello di Roma, ai loro inconfessabili rapporti con un gruppo di avvocati d’affari, fino al punto di poter parlare di degrado della giustizia, che da cieca fu trasformata in giustizia ad uso privato». E in effetti l’ex giudice Vittorio Metta è il principale bersaglio, l’imputato che è stato condannato alla pena più pesante: 13 anni, contro gli 11 di Previti e Pacifico. I giudici dimostrano, passo dopo passo, che mentre procedono i dibattimenti c’è chi lavora dietro le quinte per addomesticare le sentenze e in parallelo arrivano i quattrini. Metta fu il giudice della sentenza Imi-Sir, ma quasi in contemporanea, a cavallo tra 1990 e 1991 si occupò del Lodo Mondadori, regalando a Silvio Berlusconi l’impero di Segrate. I suoi conti bancari sono una radiografia della corruzione:464 milioni accumulati solo nel 1990, l’anno in cui era andata a sentenza (in Appello) la causa Imi-Sir e gli era stata assegnata quella per il Lodo Mondadori. La causa Imi-Sir va in Cassazione, ed ecco che Renato Squillante regge i fili di una complicata manovra di avvicinamento di uno dei giudici che avrebbe discusso la causa, Simonetta Sotgiu. Da cittadino al di sopra di ogni sospetto, l’ex capo dei gip romani non si è neppure preoccupato di occultare i suoi conti esteri: esiste la prova evidente di pagamenti che provengono dalla Fininvest e dai Rovelli. Silvio Berlusconi viene citato una trentina di volte, per nome e cognome, nell’ambito del capitolo che riguarda il Lodo Mondadori. È citato come «coimputato» uscito dal processo per prescrizione (e mai assolto). I giudici dicono con chiarezza che la lobby giudiziaria lavorò, prima per conto dei Rovelli, poi per l’attuale premier. La «Fininvest di Silvio Berlusconi» pagò a Cesare Previti la somma di 2.732.862 dollari «come provvista per regolare rapporti di natura illecita, cioè la corruzione del giudice Metta, strettamente connessi alla causa Mondadori». Chiariscono anche che questi quattrini Previti non può averli intascati e suddivisi per altre cause: «nell'anno 1990 l'unica controversia, in Italia e all'estero, riguardante il gruppo Fininvest, alla quale Previti fornisce il 'suo contributò è quella relativa alla causa De Benedetti-Mondadori-Fininvest, poi assegnata al giudice Metta. Non ne sono emerse altre». L’avvocato Previti è privo di un mandato, ma nella vicenda agisce, come confermano decine di testimoni, come diretto rappresentante della Fininvest e del suo presidente. Per tre
anni abbiamo sentito sbraitare le difese (non hanno ancora finito di
farlo) perchè il processo sarebbe basato su prove truccate, distrutte,
manipolate. Il presidente Carfì, più che un sassolino dalla scarpa deve
essersi tolto un macigno dal cuore, mettendo in fila tutti i trucchi e gli
imbrogli che i nostri bravi ragazzi hanno orchestrato nei processi della
vergogna. Abbiamo visto le sentenze dettate e le consulenze tecniche
scritte da estranei nel processo Imi-Sir, ma quanto a imbrogli anche Lodo
Mondadori non scherza. Che dire del fatto che della sentenza emessa da
Metta il 24 gennaio 1991 «esistevano almeno due copie», dattiloscritte per
di più «non presso la Presidenza della Corte d'Appello, ma presso un terzo
estraneo». E per giunta, queste due copie non erano identiche, la copia
era diversa dall’originale. Anche qui siamo in presenza di una minuta
prefabbricata? Non solo. E’ noto che questa sentenza fu scritta in tempi
record: un giorno per depositare 168 pagine e nessuna impiegata della
cancelleria si ricorda del lavoro di battitura. «La eccezionale velocità
di una simile motivazione non può che rappresentare l'ultima, anche se non
certo più rilevante, anomalia di una causa civile costellata nel suo iter
di ancor più gravi anomalie la cui natura è tale da andare ad arricchire
quel quadro indiziario, grave, preciso e concordante, che non potrà che
portare a concludere, unitariamente considerato anche le emergenze Imi-Sir,
che anche in questa circostanza Metta ha venduto la sua imparzialità».
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