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IL MANIFESTO 2 febbraio 2003 |
chietinuova 3febbraio.it |
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CONTRORDINE In una democrazia liberale, amici, ne succedono di tutti i colori. In una democrazia liberale potete sintonizzare la tivù su un canale del presidente del consiglio e sentire il presidente del consiglio dire che il presidente del consiglio non può essere processato. Questo avviene anche sulle tivù pubbliche, controllate dal presidente del consiglio. Sempre nella stessa democrazia liberale i concetti e le idee sembrano assumere speciali traiettorie a boomerang, elicoidali e sghembe. Per cui fino a tre giorni fa la sinistra era accusata di giacobinismo e di orribile giustizialismo. Ora invece - invocando le elezioni come fossero un'amnistia privata - il giacobinismo passa dall'altra parte, chez Silvio. La
volontà popolare cancella tutto, specie la fedina penale e certi
fastidiosi processi in corso. Quanto al giustizialismo, in questa destra
non c'è che da scegliere, ma il più equilibrato pare il leghista
Calderoli, che certi giudici li manderebbe «ai lavori forzati». In una
democrazia liberale, del resto, pare che quanto a libertà di coscienza si
è massi maluccio. Certi fascistoni incravattati che si scagliarono
all'arma bianca contro l'iniqua immunità parlamentare, oggi la invocano e
cercano di reintrodurla, sempre per slavare il presidente del consiglio
senza il quale non esisterebbero. Aggrappati a Silvio e al suo potere
mediatico che praticamente garantisce la vittoria alle elezioni (insieme
alla folle inanità degli avversari), alleati devoluzionisti, centristi
moderati e postfascisti diventano un sol uomo, compatti come granito a
difendere «il primato della politica», cioè gli affarucci del capo: il
privato della politica.In una democrazia liberale il capo del governo
chiede di essere giudicato dai suoi pari. Ma qui sorge un interessante
problema costituzionale. Chi sono i suoi pari? Altri capi di governo?
Altri presidenti di squadre di calcio? Altri monopolisti televisivi? Altri
costruttori edili? Altri editori? La faccenda dei «suoi pari» si
complica se uno pretende di essere unico: chi è pari a Silvio? Nessuno.
Bene, niente giudizio, allora. E' una specie di autoassoluzione per
assenza di giudici all'altezza dell'imputato, un ego me absolvo
dove l'ego, appunto, conta un bel po'. Del resto è sempre in una
democrazia liberale che il ministro della Giustizia Castelli apre
un'indagine su un giudice. E proprio su quel giudice che aveva indagato su
Bossi e la Lega, e che già era stato avvertito: «a quello lì
raddrizzeremo la schiena». Ogni promessa è debito, la raddrizzata arriva
dal ministero sottoforma di ispezione. In una democrazia liberale c'è da
chiedersi quanto manca all'olio di ricino. In una democrazia liberale, però,
è ozioso chiedersi quando tornerà il manganello, perché lo si è visto
in azione di recente, a Genova, a Napoli, proprio mentre le democrazie
liberali del continente si accordavano per sospendere i trattati sulle
frontiere. Va bene liberali, ma non esageriamo. In una democrazia
liberale, ce n'è abbastanza per chiedersi se questa benedetta democrazia
liberale non sia per caso un pacco, una sòla in piena regola, una specie
di truffa in commercio, roba da chiamare il codacons (e pure i nas, se
serve). E le faccende giudiziarie sono solo un aspetto della questione. In
una democrazia liberale, per esempio, si possono concedere le basi agli
amici americani senza che il parlamento ne sia informato. Si può entrare
in guerra praticamente senza un voto delle camere, come più o meno si
fece con governo precedente, che chiamò al voto sulla guerra con i
bombardieri già in volo. Altri tempi, altri uomini al comando. In una
democrazia liberale, beninteso. |
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