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CONTRORDINE
NON CANTARE, SPARA
di ALESSANDRO ROBECCHI
Siete pregati di non parlare e dimostrarvi neutrali. Grazie. Più o meno
questo si è sentito dire qualche cantante alla cerimonia di consegna dei
Grammy Awards, massimo appuntamento del music-business americano, e quindi
planetario. Scenario, il Madison Square Garden di New York, diretta della
Cbs, i nomi più celebrati della scena pop mondiale e un invito esplicito:
non parlare di guerra durante le performance o i discorsetti di
ringraziamento alla consegna dei premi.
Come dicevano quelle scritte grottesco-minacciose del ventennio, «qui non
si parla di politica». Di guerra, poi, figurarsi.
Ma qualcuno ha parlato lo stesso. Sheryl Crow, cantante, ha dichiarato di
aver subito pressioni (si è limitata a scrivere «no war» sulla tracolla
della chitarra) e alcuni tecnici hanno raccontato che la diretta aveva il
filtro (una differita di pochi secondi, abbastanza per mettere mano alle
forbici in caso di disubbidienza) e che comunque, in casi estremi, si era
pronti a «togliere la spina». Ci scusiamo con i telespettatori: la
libertà di parola riprenderà appena possibile.
E oplà: anche il rock'n'roll, uno dei simboli della grande democrazia
americana formato esportazione, gran colonizzatore d'inconscio, musica per
le orecchie dell'impero, è sistemato. Venda i suoi dischi e la sua way
of life in tutto il mondo, ci mancherebbe, ma alla festa finale e
autocelebrativa si dia una regolata: qui non si parla di politica.
Figurarsi di guerra. E' solo un piccolo aneddoto, un minuscolo passaggio
nel grande film mondiale dei buoni contro i cattivi. Tanto piccolo che la
notizia non si è vista troppo in giro, taciuta, passata sottotraccia come
una cosa di poco conto. Un po' come quando, meno di un mese fa, durante un
dibattito all'Onu sulla guerra, si coprì con un pudico telo la grande
riproduzione di Guernica che sta nel palazzo di vetro. Anche lì, la
notizia passò quasi
come una curiosità, uno «strano ma vero» gettato nella mischia con
soave leggerezza, una «spigolatura» da Settimana Enigmistica.
Eppure non sono dettagli: quello della «più grande democrazia del
mondo» è l'argomento principe, l'asso nella manica di chiunque voglia
sostenere e giustificare le scelte di guerra del clan Bush. Però quando
la più grande democrazia del mondo si mette a zittire i cantanti o a
coprire i quadri di Picasso, si sorvola facilmente, si fa finta di niente.
Senza contare che questa dei veli è una mania, una fissazione. Cominciò
il ministro della Giustizia John Ashcroft a coprire le vergogne, e visto
che parlava sempre sullo sfondo del palazzo di giustizia di Washington,
abbellito da una statua della giustizia in topless, si adoperò per
metterle un mantello. Risultato: la statua sta lì dal 1935, e siamo
dovuti arrivare al 2003 per vederla finalmente vestita come si conviene,
con una pudica stoffa che le copre il seno.
L'impero è sempre l'impero, dio bòno, ma le tette (in bronzo) al vento
non le sopporta. Per essere un impero solido e invincibile, sembra
abbastanza nervoso. E intanto gli esperti del pentagono e della cia si
mischiano agli sceneggiatori di Hollywood, perché la macchina dello
spettacolo, primo motore dell'esportazione emozionale degli Stati Uniti
giri nel senso che piace a loro. Consulenti alla sceneggiatura, lettori di
copioni, consiglieri per le trame: pare proprio che alla cia abbiano
cambiato mestiere, il che - visto come gli è andata negli ultimi tempi -
non sarebbe forse nemmeno un male. Ma resta il fatto: il giro di vite è
cominciato. La più grande democrazia del mondo va comprando in contanti
consensi (in Africa, nell'est Europa) e corridoi strategici (in Turchia),
il che fa pensare che troverà alleati finché potrà pagare i camerieri,
mentre per saldare il conto finale il petrolio irakeno pare fatto apposta.
Intanto, sul fronte interno, troncare e sopire. Non parlarne, tacere,
mettere la sordina pure ai cantanti, emarginare le voci contrarie, coprire
Guernica con un telo, indirizzare il cinema verso il sano patriottismo che
tiene alto il morale e perpetua la saga dei «buoni invincibili».
Ma è sempre più difficile convincere il mondo che si è invincibili
perché buoni e non, come sembra, buoni perché invincibili, forti, capaci
di colpire prima. La guerra preventiva, fuori. E la censura preventiva in
casa: qui non si parla di politica. Su, da bravi, cantate le vostre
canzoni, prendete il premio e finiamola lì.

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