HOME

 

 IL MANIFESTO 2 marzo 2003

chietinuova

3febbraio.it

CONTRORDINE
NON CANTARE, SPARA
di ALESSANDRO ROBECCHI

Siete pregati di non parlare e dimostrarvi neutrali. Grazie. Più o meno questo si è sentito dire qualche cantante alla cerimonia di consegna dei Grammy Awards, massimo appuntamento del music-business americano, e quindi planetario. Scenario, il Madison Square Garden di New York, diretta della Cbs, i nomi più celebrati della scena pop mondiale e un invito esplicito: non parlare di guerra durante le performance o i discorsetti di ringraziamento alla consegna dei premi.

Come dicevano quelle scritte grottesco-minacciose del ventennio, «qui non si parla di politica». Di guerra, poi, figurarsi.

Ma qualcuno ha parlato lo stesso. Sheryl Crow, cantante, ha dichiarato di aver subito pressioni (si è limitata a scrivere «no war» sulla tracolla della chitarra) e alcuni tecnici hanno raccontato che la diretta aveva il filtro (una differita di pochi secondi, abbastanza per mettere mano alle forbici in caso di disubbidienza) e che comunque, in casi estremi, si era pronti a «togliere la spina». Ci scusiamo con i telespettatori: la libertà di parola riprenderà appena possibile.
E oplà: anche il rock'n'roll, uno dei simboli della grande democrazia americana formato esportazione, gran colonizzatore d'inconscio, musica per le orecchie dell'impero, è sistemato. Venda i suoi dischi e la sua way of life in tutto il mondo, ci mancherebbe, ma alla festa finale e autocelebrativa si dia una regolata: qui non si parla di politica. Figurarsi di guerra. E' solo un piccolo aneddoto, un minuscolo passaggio nel grande film mondiale dei buoni contro i cattivi. Tanto piccolo che la notizia non si è vista troppo in giro, taciuta, passata sottotraccia come una cosa di poco conto. Un po' come quando, meno di un mese fa, durante un dibattito all'Onu sulla guerra, si coprì con un pudico telo la grande riproduzione di Guernica che sta nel palazzo di vetro. Anche lì, la notizia passò quasi

come una curiosità, uno «strano ma vero» gettato nella mischia con soave leggerezza, una «spigolatura» da Settimana Enigmistica.

Eppure non sono dettagli: quello della «più grande democrazia del mondo» è l'argomento principe, l'asso nella manica di chiunque voglia sostenere e giustificare le scelte di guerra del clan Bush. Però quando la più grande democrazia del mondo si mette a zittire i cantanti o a coprire i quadri di Picasso, si sorvola facilmente, si fa finta di niente. Senza contare che questa dei veli è una mania, una fissazione. Cominciò il ministro della Giustizia John Ashcroft a coprire le vergogne, e visto che parlava sempre sullo sfondo del palazzo di giustizia di Washington, abbellito da una statua della giustizia in topless, si adoperò per metterle un mantello. Risultato: la statua sta lì dal 1935, e siamo dovuti arrivare al 2003 per vederla finalmente vestita come si conviene, con una pudica stoffa che le copre il seno.

L'impero è sempre l'impero, dio bòno, ma le tette (in bronzo) al vento non le sopporta. Per essere un impero solido e invincibile, sembra abbastanza nervoso. E intanto gli esperti del pentagono e della cia si mischiano agli sceneggiatori di Hollywood, perché la macchina dello spettacolo, primo motore dell'esportazione emozionale degli Stati Uniti giri nel senso che piace a loro. Consulenti alla sceneggiatura, lettori di copioni, consiglieri per le trame: pare proprio che alla cia abbiano cambiato mestiere, il che - visto come gli è andata negli ultimi tempi - non sarebbe forse nemmeno un male. Ma resta il fatto: il giro di vite è cominciato. La più grande democrazia del mondo va comprando in contanti consensi (in Africa, nell'est Europa) e corridoi strategici (in Turchia), il che fa pensare che troverà alleati finché potrà pagare i camerieri, mentre per saldare il conto finale il petrolio irakeno pare fatto apposta. Intanto, sul fronte interno, troncare e sopire. Non parlarne, tacere, mettere la sordina pure ai cantanti, emarginare le voci contrarie, coprire Guernica con un telo, indirizzare il cinema verso il sano patriottismo che tiene alto il morale e perpetua la saga dei «buoni invincibili».

Ma è sempre più difficile convincere il mondo che si è invincibili perché buoni e non, come sembra, buoni perché invincibili, forti, capaci di colpire prima. La guerra preventiva, fuori. E la censura preventiva in casa: qui non si parla di politica. Su, da bravi, cantate le vostre canzoni, prendete il premio e finiamola lì.

   

HOME





 

by studio Poligraph 2002/2003 - Chieti - Tutti i diritti riservati

webmaster & manteiner Fiorella Mammarella