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IL MANIFESTO 13 luglio 2003

chietinuova

3febbraio.it

ALTRI TRE ANNI?
di ROSSANA ROSSANDA

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Sino a quando assisteremo con le mani in mano alle risse nella coalizione di governo, durata media tre giorni, in capo ai quali vengono sedate da Silvio Berlusconi? Fino al 2006? Non ci sono i numeri alle Camere perché crisi del genere costringano a sciogliere il governo, la Lega non è indispensabile alla maggioranza e il premier può scegliere se licenziare Bossi e pagare un certo prezzo alle amministrative del prossimo anno ma restaurare un poco la sua facciata in Europa oppure tenersi Bossi e i suoi voti, riducendone alcune pretese e in pari tempo ridimensionando eventuali velleità della Udc. Ma di questo passo altri tre anni sono lunghi. Dietro le sceneggiate è intatto quello che costituisce il cemento della Casa delle Libertà, cioè il minamento sistematico della Costituzione e dei suoi principi nello spirito pubblico, l'attentato alla divisione dei poteri, le mutilazioni dell'unità nazionale, l'azzeramento dei diritti sociali. Misure che pesano sulla nostra pelle e contro le quali s'era alzato l'anno scorso un movimento di protesta di massa. E' possibile che, dopo lo sdegnoso ritiro di Sergio Cofferati sugli spalti di Bologna,
quella protesta sia rifluita?

Certo non la rappresentano né Rutelli né D'Alema. Ad ogni rissa nel governo le loro battute contemplative fanno pensare che aspettino in santa pace le scadenze dell'alternanza - è tanto se non esortano il governo a rappacificarsi in fretta sennò il paese declina. Come se il paese non declinasse appunto per opera di questo governo. E i guasti non si sommassero: un nuovo colpo sta per essere inferto alla giustizia, non è detto che il Colle salvi quel che è ancora salvabile del pluralismo informativo, sta per passare un Dpef che peserà sul lavoro e sulle pensioni. Lavoro e pensioni che sono il punto spinoso per il programma delle opposizioni e sul quale intanto il governo - che non ha pagato neanche i denari firmati dall'accordo sull'impiego pubblico - punta manifestamente sulla divisione dei sindacati, cui in questi giorni hanno dato imperturbabilmente mano le cooperative metalmeccaniche. Una selva di contratti sono aperti e stanno venendo a scadenza mentre in Italia i salari non raggiungono da dieci anni né la produttività né l'inflazione
reale, cosa che ben pochi altri governi e padronati si permettono in Europa.

Forse siamo sordi ma una mobilitazione dell'opposizione non l'abbiamo sentita. Si contenta di agitare, davanti alle liti della Casa delle Libertà, la tregua che regnerebbe fra Ulivo e Rifondazione, sui contenuti della quale nulla sappiamo e rischiamo di non sapere finché non scadrà il mandato di Prodi sulla scena europea e non si imporrà la scelta del leader.

L'opposizione sociale non sembra più avere rappresentanza né visibilità. Giacché si potrebbe essere minoritari alla Camera ma effervescenti nel paese, come si è visto nel 2002. Almeno si ridurrebbero i danni. E che una opposizione possa vincere nel 2006 per mera stanchezza e riflesso di ricambio dopo aver lasciato derivare per cinque anni strutture e istituzioni del paese è una scommessa assai rischiosa. E anche se fosse vinta renderebbe assai difficile a un altro governo di centro-sinistra di sopravvivere con più decoro di quanto non sia stato capace nel 1996.


In questi giorni Luigi Pintor avrebbe scritto: basta, si torni alle urne! Non sarebbe stato ascoltato dalla Casa delle Libertà ma molti, moltissimi sarebbero stati d'accordo con lui. Perché altri tre anni di questo passo sono insopportabili ma un paese in ebollizione li potrebbe abbreviare e almeno fare in modo che per il governo non siano una passeggiata.



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