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ALTRI TRE ANNI?
di ROSSANA ROSSANDA
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Sino a quando assisteremo con le mani in mano alle risse nella
coalizione di governo, durata media tre giorni, in capo ai quali
vengono sedate da Silvio Berlusconi? Fino al 2006? Non ci sono i
numeri alle Camere perché crisi del genere costringano a sciogliere
il governo, la Lega non è indispensabile alla maggioranza e il
premier può scegliere se licenziare Bossi e pagare un certo prezzo
alle amministrative del prossimo anno ma restaurare un poco la sua
facciata in Europa oppure tenersi Bossi e i suoi voti, riducendone
alcune pretese e in pari tempo ridimensionando eventuali velleità
della Udc. Ma di questo passo altri tre anni sono lunghi. Dietro le
sceneggiate è intatto quello che costituisce il cemento della Casa
delle Libertà, cioè il minamento sistematico della Costituzione e
dei suoi principi nello spirito pubblico, l'attentato alla divisione
dei poteri, le mutilazioni dell'unità nazionale, l'azzeramento dei
diritti sociali. Misure che pesano sulla nostra pelle e contro le
quali s'era alzato l'anno scorso un movimento di protesta di massa.
E' possibile che, dopo lo sdegnoso ritiro di Sergio Cofferati sugli
spalti di Bologna, quella protesta sia
rifluita?
Certo non la rappresentano né Rutelli né D'Alema. Ad ogni rissa nel
governo le loro battute contemplative fanno pensare che aspettino in
santa pace le scadenze dell'alternanza - è tanto se non esortano il
governo a rappacificarsi in fretta sennò il paese declina. Come se
il paese non declinasse appunto per opera di questo governo. E i
guasti non si sommassero: un nuovo colpo sta per essere inferto alla
giustizia, non è detto che il Colle salvi quel che è ancora
salvabile del pluralismo informativo, sta per passare un Dpef che
peserà sul lavoro e sulle pensioni. Lavoro e pensioni che sono il
punto spinoso per il programma delle opposizioni e sul quale intanto
il governo - che non ha pagato neanche i denari firmati dall'accordo
sull'impiego pubblico - punta manifestamente sulla divisione dei
sindacati, cui in questi giorni hanno dato imperturbabilmente mano
le cooperative metalmeccaniche. Una selva di contratti sono aperti e
stanno venendo a scadenza mentre in Italia i salari non raggiungono
da dieci anni né la produttività né l'inflazione
reale, cosa che ben pochi altri governi e
padronati si permettono in Europa.
Forse siamo sordi ma una mobilitazione dell'opposizione non
l'abbiamo sentita. Si contenta di agitare, davanti alle liti della
Casa delle Libertà, la tregua che regnerebbe fra Ulivo e
Rifondazione, sui contenuti della quale nulla sappiamo e rischiamo
di non sapere finché non scadrà il mandato di Prodi sulla scena
europea e non si imporrà la scelta del leader.
L'opposizione sociale non sembra più avere rappresentanza né
visibilità. Giacché si potrebbe essere minoritari alla Camera ma
effervescenti nel paese, come si è visto nel 2002. Almeno si
ridurrebbero i danni. E che una opposizione possa vincere nel 2006
per mera stanchezza e riflesso di ricambio dopo aver lasciato
derivare per cinque anni strutture e istituzioni del paese è una
scommessa assai rischiosa. E anche se fosse vinta renderebbe assai
difficile a un altro governo di centro-sinistra di sopravvivere con
più decoro di quanto non sia stato capace nel 1996.
In questi giorni Luigi Pintor avrebbe scritto:
basta, si torni alle urne! Non sarebbe stato ascoltato dalla Casa
delle Libertà ma molti, moltissimi sarebbero stati d'accordo con
lui. Perché altri tre anni di questo passo sono insopportabili ma un
paese in ebollizione li potrebbe abbreviare e almeno fare in modo
che per il governo non siano una passeggiata.
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