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SVEGLIATI EUROPA
di ROSSANA ROSSANDA
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L'esile filo della Road Map si sta spezzando. Hamas ha interrotto
una tregua, che aveva malamente accettato, e Sharon, che non ha mai
attuato le modeste condizioni poste dal quartetto, continua con le
«rappresaglie». Ancora una volta non si vede la fine di uno scontro
mortale per l'una parte e per l'altra, Israele, di gran lunga
militarmente più forte di tutti i paesi arabi messi assieme ma
logorata nella sicurezza e l'Anp, devastata nelle strutture che era
riuscita a darsi e assediata nel suo territorio. Su nessun conflitto
ci si dilania come su questo, anche fuori dai due paesi. E chi si
sforza di partire dal presente viene trascinato su orizzonti
storici, biblici o novecenteschi, dentro i quali nessun accordo è
possibile. E così si perpetua la serie dei corpi maciullati o dalla
tecnologia militare israeliana o dagli attentati suicidi
palestinesi. I quali fanno più impressione e meno morti, ma è un
ragionare rozzo - ogni morte deflagra sui suoi.
Non si avvierà nessuna pace se dalle due parti non si assume come
dato fermo l'esistenza di due stati liberi e sovrani. E' evidente
che chi crede che quelle terre appartengano per diritto divino a
Israele non ammette l'esistenza di uno stato palestinese. E
ugualmente quella parte dei palestinesi, che non conosce ormai se
non un'occupazione dichiarata illecita anche dalle Nazioni unite,
non riesce a considerare Israele come un interlocutore. E mentre la
maggioranza degli israeliani non sembra in grado di esprimere
politicamente che Sharon o lo zigzagante Perez, l'Anp non è in grado
di controllare le fazioni armate; nell'uno e nell'altro campo, le
forze che vorrebbero trovare un inizio di soluzione sono altamente
soggette alle relative opinioni ed establishment, se così si può
dire, parlando di uno stato regolarmente costituito e di un altro
mai costituito e sotto il tiro dei missili del primo.
Ma se Sharon non vuole e Abu Mazen non può, senza una decisa
pressione internazionale non si daranno mai le due condizioni che
preludono a un dialogo di pace. La prima è che Israele si ritiri nei
confini del 1967; tutti gli argomenti proposti l'altro giorno su
La Stampa da Yeoshua a proposito dell'opportunità di un muro -
che a chi scrive sembra odioso come tutti i muri - hanno come
premessa che, se muro deve essere, non può essere che sul quel
confine, mentre costruirlo come si sta facendo oggi dentro i
territori palestinesi è una provocazione disastrosa. La seconda è
che i palestinesi accettino di discutere del diritto al ritorno
degli espulsi nei tempi e nei limiti che garantiscano lo stato
ebraico di non diventare minoritario al suo proprio interno. Sono
condizioni pesanti per l'un popolo e per l'altro, perché Israele
deve far fuori le colonie, e non solo quelle cosiddette illegali che
ha fomentato, e i palestinesi devono rinunciare a un diritto che
sembra primario, che nessuno sia espulso non in tempi biblici ma
storici dalla propria terra.
Perché le due condizioni si realizzino, la pressione del quartetto è
decisiva e colpevoli i diplomatismi che continuano mentre la
situazione si degrada. Le condizioni per esercitare un peso ci sono.
Verso i palestinesi che vivono in una situazione drammatica, e verso
lo stato di Israele, che ha nell'Europa il massimo interlocutore
commerciale e negli Usa il massimo fornitore di mezzi, denaro e
armi. Non c'è giustificazione alcuna nel non agire. E nel caso
dell'Europa, sola responsabile dello sterminio degli ebrei e della
divisione della terra imposta ai palestinesi, un persistere
dell'inerzia fa dubitare, malgrado le tonnellate di carta che
dovrebbero definirne l'identità, che essa abbia una capacità e un
ruolo fuori dalle proprie imprese monetarie.
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