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IL MANIFESTO 13 agosto 2003

chietinuova

3febbraio.it

SVEGLIATI EUROPA
di ROSSANA ROSSANDA

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L'esile filo della Road Map si sta spezzando. Hamas ha interrotto una tregua, che aveva malamente accettato, e Sharon, che non ha mai attuato le modeste condizioni poste dal quartetto, continua con le «rappresaglie». Ancora una volta non si vede la fine di uno scontro mortale per l'una parte e per l'altra, Israele, di gran lunga militarmente più forte di tutti i paesi arabi messi assieme ma logorata nella sicurezza e l'Anp, devastata nelle strutture che era riuscita a darsi e assediata nel suo territorio. Su nessun conflitto ci si dilania come su questo, anche fuori dai due paesi. E chi si sforza di partire dal presente viene trascinato su orizzonti storici, biblici o novecenteschi, dentro i quali nessun accordo è possibile. E così si perpetua la serie dei corpi maciullati o dalla tecnologia militare israeliana o dagli attentati suicidi palestinesi. I quali fanno più impressione e meno morti, ma è un ragionare rozzo - ogni morte deflagra sui suoi.

Non si avvierà nessuna pace se dalle due parti non si assume come dato fermo l'esistenza di due stati liberi e sovrani. E' evidente che chi crede che quelle terre appartengano per diritto divino a Israele non ammette l'esistenza di uno stato palestinese. E ugualmente quella parte dei palestinesi, che non conosce ormai se non un'occupazione dichiarata illecita anche dalle Nazioni unite, non riesce a considerare Israele come un interlocutore. E mentre la maggioranza degli israeliani non sembra in grado di esprimere politicamente che Sharon o lo zigzagante Perez, l'Anp non è in grado di controllare le fazioni armate; nell'uno e nell'altro campo, le forze che vorrebbero trovare un inizio di soluzione sono altamente soggette alle relative opinioni ed establishment, se così si può dire, parlando di uno stato regolarmente costituito e di un altro mai costituito e sotto il tiro dei missili del primo.

Ma se Sharon non vuole e Abu Mazen non può, senza una decisa pressione internazionale non si daranno mai le due condizioni che preludono a un dialogo di pace. La prima è che Israele si ritiri nei confini del 1967; tutti gli argomenti proposti l'altro giorno su La Stampa da Yeoshua a proposito dell'opportunità di un muro - che a chi scrive sembra odioso come tutti i muri - hanno come premessa che, se muro deve essere, non può essere che sul quel confine, mentre costruirlo come si sta facendo oggi dentro i territori palestinesi è una provocazione disastrosa. La seconda è che i palestinesi accettino di discutere del diritto al ritorno degli espulsi nei tempi e nei limiti che garantiscano lo stato ebraico di non diventare minoritario al suo proprio interno. Sono condizioni pesanti per l'un popolo e per l'altro, perché Israele deve far fuori le colonie, e non solo quelle cosiddette illegali che ha fomentato, e i palestinesi devono rinunciare a un diritto che sembra primario, che nessuno sia espulso non in tempi biblici ma storici dalla propria terra.

Perché le due condizioni si realizzino, la pressione del quartetto è decisiva e colpevoli i diplomatismi che continuano mentre la situazione si degrada. Le condizioni per esercitare un peso ci sono. Verso i palestinesi che vivono in una situazione drammatica, e verso lo stato di Israele, che ha nell'Europa il massimo interlocutore commerciale e negli Usa il massimo fornitore di mezzi, denaro e armi. Non c'è giustificazione alcuna nel non agire. E nel caso dell'Europa, sola responsabile dello sterminio degli ebrei e della divisione della terra imposta ai palestinesi, un persistere dell'inerzia fa dubitare, malgrado le tonnellate di carta che dovrebbero definirne l'identità, che essa abbia una capacità e un ruolo fuori dalle proprie imprese monetarie.


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