| |

"Con
il referendum
colpiremo
al cuore la destra"
intervista
a Fausto Bertinotti
a
cura di Piero Sansonetti
ROMA Bertinotti manda un appello al
centrosinistra e ai sindacati. Dice: il referendum sull'estensione
dell'articolo 18 è uno strumento formidabile nelle mani di tutta la
sinistra e di tutta l'opposizione. Permette di invertire la tendenza del
governo a fare piazza pulita dei diritti, e può mettere in crisi il
centro destra. Può essere la strada per mandare a casa Berlusconi.
Usiamolo questo strumento. Per l'opposizione è fondamentale che il Sì
prevalga. Nessuno deve rinunciare ai suoi punti di vista e alla sue
convinzioni, però possiamo unirci - ciascuno dalla sue posizioni - per
far vincere il sì.
Che vuol dire che ciascuno può mantenere le sue posizioni?
Io penso che sia giusto votare sì perché credo che sia giusto estendere
a tutti i lavoratori dipendenti i diritti sanciti dall'articolo 18. Cioè
la sicurezza di non essere licenziati senza motivo. Altri settori del
centrosinistra possono considerare giusta un'altra articolazione dei
diritti, delle tutele e delle garanzie, e possono desiderare una legge
diversa da quella che ho in mente io. Però su due cose oggi non possono
esserci dubbi. Prima, è in corso una azione devastante della destra che
sta radendo al suolo l'impianto dei diritti sul lavoro, e la stessa idea
che un sistema di diritti sia parte essenziale del sistema produttivo.
Giusto? La seconda cosa certa è che per invertire questa tendenza bisogna
che al referendum prevalga il sì. Persino persone lontanissime da
Rifondazione, e dai gruppi (anche del centrosinistra) che hanno proposto
il referendum, oggi dicono questo.
Ad esempio chi?
Pietro Ichino, che pure ha posizioni diametralmente opposte alle nostre.
A chi ti rivolgi quando lanci questo appello al sì?
Innanzitutto alla Cgil. Sarebbe un fatto straordinario se la Cgil, da
posizioni di assoluta autonomia, decidesse di schierarsi per il sì.
Sarebbe un fatto straordinario e credo che oggi sia possibile che avvenga.
E poi mi rivolgo a tutti i partiti del centrosinistra e a tutti i suoi
leader. Da D'Alema, a Cofferati, a Fassino, a Rutelli, a Castagnetti, a
Boselli e Mastella. Io faccio questo ragionamento. Noi ci troviamo in una
situazione politica segnata - non solo per la sinistra - dalla novità di
un movimento di massa in grande crescita. C'è il movimento no-global, in
continua espansione, c'è il risveglio del movimento sindacale, ci sono
anche i girotondi. È il movimento più straordinario che abbiamo mai
conosciuto. Però c'è un problema. Di fronte all'espandersi di questa
forza non si realizza nessuna conquista concreta: in termini di leggi, di
contratti, di nuovi diritti. È un movimento che pone una radicale domanda
di cambiamento e assiste non solo alla conferma delle politiche
conservatrici, ma addirittura ad una loro estremizzazione. Io penso che
tornare a vincere sia oggi una esigenza cruciale. E il referendum ci da
quest'occasione. Non solo perché possiamo interrompere una tendenza
all'arretramento della civiltà del lavoro. Ma anche perché possiamo
colpire a fondo il governo, e la destra, sul piano della politica
generale. In caso di vittoria dei sì al referendum si potrebbe aprire una
crisi profonda del governo Berlusconi. Perché? Per il semplice motivo che
la vittoria dei sì sarebbe la sconfitta completa della sua politica
sociale. Cadrebbe la proposta di ristrutturazione del mercato del lavoro e
gli verrebbero a mancare gli strumenti-chiave del rapporto con la società
e con i ceti sociali e i gruppi di potere che costituiscono la sua forza.
Su cosa si basa la politica di Berlusconi? Su un progetto di sconfitta
della stagione di diritti e di eclissi delle conquiste sociali. Questo
progetto si dissolverebbe la sera stessa del voto.
Quindi voi puntate alla crisi di governo?
È qualcosa di più e di più complesso. Una vittoria dei sì porrebbe in
discussione questo modello politico.
Quale modello?
Quello presidenzialista e maggioritario che è il modello attuale. Una
vittoria al referendum affermerebbe il principio secondo il quale non
basta la maggioranza nel Parlamento per potere governare. Non vuol dire
che non sia importante la maggioranza parlamentare - e legittima - vuol
dire che il problema politico del consenso è una cosa più complicata del
conto dei deputati. Il consenso si guadagna e si difende in rapporto con
la società civile in movimento. Una democrazia forte e sana è permeabile
alla società. Questa nostra democrazia invece è impermeabile. E così
svuota le istituzioni, le mortifica. Quando c'era la prima repubblica -
discutibile per tanti versi, e che certo non deve essere presa a modello -
la società civile contava molto di più. I governi dovevano tenerne
conto, non potevano solo dire: "Ho la maggioranza e si fa come dico
io". Ad esempio con un governo sostenuta da una maggioranza moderata
fu ottenuto lo Statuto dei lavoratori, e con la Dc che era partito di
larga maggioranza relativa si ebbe il divorzio e l'aborto. Bastava
l'annuncio di uno sciopero generale per provocare le dimissioni del primo
ministro. Oggi invece sembra non esserci più nessun rapporto tra Palazzo
e società civile. Per questo il movimento non ottiene risultati.
Se vince il sì al referendum tutto questo cambia?
Sì, tutto questo viene rimesso in discussione. Anche il rapporto tra
governo e società. Si afferma il principio che la questione del consenso
è più grande di una vittoria o di una sconfitta elettorale.
Questo referendum può essere la base di un patto tra Ulivo e
Rifondazione?
Io non voglio parlare di patto. Preferisco parlare di processo. Non per
ragioni di prudenza, al contrario per una ambizione più grande. Faccio
questo ragionamento. Gli schieramenti nei quali oggi è articolata
l'opposizione sono largamente inadeguati. Questo è indubbio. Però a me
ora non mi interesse discutere se e come modificarli. Io dico
semplicemente che oggi la discussione e il confronto dentro la sinistra e
dentro il centrosinistra sono molto diversi da qualche anno fa. Allora
c'era un compatto schieramento dell'Ulivo che poteva ( o no) trovare un
accordo con noi. Oggi non c'è più un compatto schieramento dell'Ulivo.
Su tutti i temi (guerra, articolo 18, rai...) esiste una articolazione di
posizioni nell'opposizione che non risponde più allo schema
Ulivo-Rifondazione. Io non dico di far precipitare questa articolazione in
nuovi schieramenti omogenei. Dico: apriamo un processo più avanzato di
discussione e di confronto, con l'obiettivo di qualificare l'opposizione,
senza farci chiudere nella gabbia opposizione-unita (monolitica) o
opposizione-divisa. È un'opposizione in cammino. Per questo è più
forte. Anche sul sì al referendum io dico: avviamo un processo e
teniamolo aperto, vediamo quali forze nel centrosinistra e nella sinistra
sono disposte a battersi subito per il sì, ma non alziamo steccati:
lavoriamo perché col tempo questo schieramento si allarghi fino a
comprendere, possibilmente, tutto il centrosinistra.
E su questa strada puntare anche al rovesciamento del governo?
Perché no? Il centrodestra ha al suo interno delle contraddizioni
dirompenti: sulla guerra anche senza Onu e sulla richiesta americana di
mettere a disposizione terra, cielo e mari italiani, e forse anche uomini
e mezzi. Persino sulla rai, al punto in cui sono arrivate le cose, non è
da eludersi uno scontro serio, esplosivo...
Allora la parola d'ordine è: via il governo?
No, attenzione, non sto dicendo questo. Dico semplicemente che non si può
essere succubi dell'idea che il governo durerà fino al 2006 e che fino a
quella data non c'è niente da fare, si può solo subire.
Ma per raggiungere una nuova unità tra Rifondazione e Ulivo non è
necessario che sia rimessa in discussione tutta la politica economica del
centro-sinistra?
Io penso che vada messa in discussione quella politica economica. Chiaro.
Ma non ne faccio una pregiudiziale, una precondizione al dialogo e alla
collaborazione. Per questo dico "processo" e non
"patto". Il processo è dinamico, la discussione e il confronto
avvengono in corsa, nessuno è costretto ad accettare posizioni
dell'altro. È possibile collaborare da posizioni diverse

HOME
|
|
|