Il potere occulto: Tina Anselmi e Giulio Andreotti

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Il potere occulto: Tina Anselmi e Giulio Andreotti

“Non tutto è andato perduto, di quella grande fatica che portò Tina Anselmi nel cuore del potere occulto. Non c’è stata la condanna penale, le complicità di alcune parti della magistratura a perenne difesa dei piduisti  si chiariscono solo col passare degli anni. Ma il Paese che vuole sapere ha gli strumenti per farlo. Negli archivi del Parlamento italiano il lavorio della Commissione e della sua presidente occupano spazio e scaffali interi. Più spesso di quanto si creda i volumi vengono richiesti. Recentemente sono stati pubblicati gli indici e a scorrerli sono molte volte giovani studenti che si laureano o ricercatori per tesi storiche. L’impegno civile di quella democristiana vera, che credeva e crede nella verità e nella democrazia, fanno ormai parte della storia del nostro Paese”. 
Concludevo così, nel 1996, una mia lunga intervista a Tina Anselmi. L’ultima che le feci negli anni della nostra amicizia nata nel tempo della Commissione P2 che seguii giorno dopo giorno, seduta dopo seduta per il mio giornale. Ho ritrovato recentemente, organizzando il lavoro per il seminario fiorentino sul Potere Occulto, il volumetto per il quale avevo scritto: era la seconda pubblicazione della collana appena nata di Libera, allora diretta da Maurizio De Luca. Si chiamava “Nonostante donna” ed era dedicato a “storie civili al femminile”. L’intervista a Tina aveva un sottotitolo: “una solitudine ostinata”. La ricordo oggi perché quella donna e quella solitudine sono stati i protagonisti taciti del seminario. E anche perché un personaggio come Tina mi manca sempre di più. La sua serenità nell’affrontare il buio della P2, il suo sorriso e anche la malinconia il giorno in cui, durante l’interrogatorio di Giulio Andreotti, era chiara a tutti i commissari la gravità delle menzogne di quell’uomo, il più potente fra i potenti, che negava ciò che era evidente a tutti, e cioè la sua conoscenza e assidua frequentazione di Licio Gelli, un fatto confermato dalle carte e dai processi di Perugia.
Lei soffriva, incalzava, ma poi non riusciva a sfondare quella maschera di menzogne.
Riletta oggi l’intervista del 1996 è fonte di spunti e di riflessioni. “La partita” mi disse cominciando a parlare come se da tempo mi stesse aspettando e si trattasse soltanto di riprendere un discorso che avevamo interrotto pochi anni prima “fu chiusa nel 1985. Fu chiaro in quell’anno  che battersi contro la P2 non avrebbe portato a niente. Ho fatto quello che ho potuto, solo che le complicità erano tali da rendere impossibile andare oltre, completare il lavoro. E c’era inoltre una certezza, che ormai stavo restando sola, sola con pochi a denunciare ogni volta che emergevano segnali di una riorganizzazione della loggia segreta, di attività di Gelli, di iniziative che sembravano ricalcare i programmi del progetto politico della P2″.
Anche il voto in Parlamento della relazione finale era stato complesso. Il 4 agosto del 1983 al governo era arrivato Bettino Craxi. I cronisti lo avevano fermato sul portone di Montecitorio e il segretario socialista aveva pronunciato la celebre frase: “Adesso questa storia della P2 è morta e sepolta”. Una sfida a un mondo che Craxi considerava ostile. E pochi giorni dopo il varo del suo governo Licio Gelli era evaso dal carcere di Champ-Dollon vicino a Ginevra. “Non trovai nessuna porta chiusa” raccontò il Venerabile. Così era rimasto solo Sandro Pertini a vegliare sull’autonomia della commissione. E lo fece autorevolmente quando Craxi ne chiese formalmente lo scioglimento, accusandola di diffondere cortine fumogene. “La commissione risponde al Parlamento e non al governo” scrisse il presidente della Repubblica in un comunicato ufficiale.
In quell’ultima intervista Tina volle ricordare alcuni membri della Commissione che le erano stati vicini, i comunisti Franco Calamandrei e Alberto Cecchi e il liberale Aldo Bozzi che aveva avuto un ruolo fondamentale nella decisione di sequestrare gli elenchi di Palazzo Giustiniani. “Il decreto di sequestro fu steso proprio da lui. E poi c’era Sergio Mattarella che cercava i rapporti fra la P2 e la mafia e Roberto Ruffilli. Eravamo una commissione forte e pochi osavano fare pressioni”.
Quanto fosse alta la posta in gioco era stato chiaro a tutti i commissari il giorno in cui avvenne l’attesissimo interrogatorio di Giulio Andreotti. Era l’11 novembre del 1982. Lo stenografico dell’audizione occupa 160 pagine. Sette volte presidente del Consiglio, ventisei ministro (otto volte ministro della Difesa) insisteva a sostenere di non aver saputo nulla della P2 fino “agli ultimi anni (…) quando sono insorte polemiche (…) nel periodo successi vo ai miei incarichi di governo”.
La Anselmi prova a insistere: “Alcune persone che abbiamo sentito parlano di lei come di una persona che non solo era a conoscenza della realtà della P2 e della Loggia di Montecarlo, ma in un certo senso che viene definita come “il grande babbo” (…).
Il grande babbo alla fine ricorda una conoscenza di Gelli agli inizi degli anni sessanta, non può negare, le foto lo colgono accanto al Venerabile a Frosinone, inaugurazione di uno stabilimento Permaflex.
Tina chiede dei rapporti con gli argentini, con i generali assassini, incalza, Andreotti sostiene che per sapere qualcosa anche sulla sorte dei desaparecidos di origine italiana per forza bisognava passare da Gelli.
Quando passa la mano ai membri della Commissione Tina è sfinita. Sa che il leader del suo partito non ha risposto e quando ha risposto ha mentito. Ne ha sentito parlare solo dopo il ’79 “quando ho lasciato la presidenza del consiglio”. Nessuno gli crede. “Prima questo tema non era emerso e non obbligava a dare tutta l’attenzione che forse era necessaria”.
Ripensando oggi a quella data (“dopo il ’79″) mi chiedo se la preoccupazione di Andreotti non fosse quella di allontanare la frequentazione e la conoscenza di Gelli e della P2 dai giorni del rapimento di Aldo Moro.
Non avevo mai visto Tina così stanca e così avvilita. Non ricordo che quella sera venisse a cena da noi, come faceva spesso, quando si metteva il grembiule e tirava fuori dalla valigia il radicchio di Treviso. Il suo risotto era una bontà, beveva un po’ di vino e ci raccontava le storie dei suoi monti. Tornava una donna di casa, una zia speciale, allegra, e una partigiana. Una vera partigiana. Negli ultimi mesi della sua vita sono tornata a salutarla, non parlava, fissava i suoi ritratti alla parete dello studio. Siamo state ore a guardarci. Le ho tenuto la mano. Poi, dopo molto, mi ha detto: “carta e penna”. Da qualche posto recondito intuiva che avevo a che fare con la scrittura. Ma questi sono ricordi intimi. Nella sua ultima intervista, quella del 1996, volle metterci ancora in guardia contro chi voleva la Repubblica presidenziale, secondo il progetto di Gelli. “A me certi discorsi mi fanno solo andare in bestia” disse. E io conclusi: “E capisci che la donna che ha indagato sul cuore malato della Repubblica non ha alcuna intenzione di assistere passivamente al dilagare del vecchio male”.
L’amore per la Costituzione, la libertà, la democrazia me lo ha insegnato lei. Prima di lei non sapevo nulla. Non sospettavo nemmeno quanto impegno sia necessario per non tradire. Per essere sempre attenti  alle insidie, “ai depistaggi, alle trappole” del potere occulto.

Sandra Bonsanti, Primo Piano, 6 marzo 2019