Buon 2016!

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Buon 2016!

A Travaglio non è bastato il solito spazio che ha sul suo giornale per elencare i record negativi che detiene l’Italia. Una lista da rabbrividire. Ci accaparriamo con determinazione gli ultimi posti in classifica. Ilvo Diamanti ammetteva, pochi giorni fa, che oramai si spaventa a guardare i risultati delle sue stesse ricerche sociologiche, che mostrano un Paese in caduta libera nella sfiducia, verso tutto e tutti. Ho il vizio di sondare i giovani per capire quello che pensano. Nel tempo ho raccolto le testimonianze di un negativismo che nessuno dovrebbe sottovalutare, e che bolle in attesa di decidere in quale forma erompere. Va bene, e allora?

Siamo arrivati a toccare il fondo del barile dell’indignazione, e abbiamo cominciato a scavare. Siamo arrivati al fondo della rabbia, e ancora abbiamo scavato. Abbiamo toccato il fondo dell’invettiva, e anche lì abbiamo scoperto che si poteva scendere oltre. Sembriamo fieri della nostra abilità di minatori e orgogliosi di scoprirci ogni giorno capaci di una nuova sopportazione. Continuiamo così? Tra le tante, velenose invettive dei lettori sui giornali, cerco un post che non ho ancora trovato. Tipo:“Buongiorno, sono un cittadino qualunque. Chiedo scusa a tutti per la parte che ho avuto nel declino della Patria e prometto di ravvedermi”. Cerchiamo un colpevole, ma un nazionicidio esige la cooperazione di tanti. Non è un ragionamento che mi viene in discesa. Se ascolto quello che ho dentro, si propongono alla penna maledizioni truculente verso chi ci governa, ma comincio a sospettare che sentirsi vittima di ogni porcheria abbia qualcosa di comodo.Comunque è un ruolo (quello del cittadino angariato), che comporta il vantaggio che ha ogni ruolo, e cioè garantirsi un’identità fittizia dietro cui nascondersi, e godere della protezione di un’appartenenza. Ma non è solo questo. Credibilità vorrebbe che ad un allarme seguisse una reazione proporzionata. Se uno mi grida “al fuoco” e lascia l’estintore appeso al muro, io sospetto che non sia sincero. A tante lamentele non corrisponde una ribellione. Non so. Ma non è solo questo. Difendere la propria dignità è una fatica. La crassa volgarità della nostra classe dirigente è un ottimo alibi, i suoi crimini un’ottima giustificazione, per dirsi “è troppo, non ce la faremo mai” e starsi a piangere sull’ombelico. Un’accettazione del sopruso ed una rinuncia alla lotta motivate più probabilmente da una ragione indecente ed inconfessabile, e cioè non stuzzicare il can che dorme, stante il trattato di non-interferenza-nell'affaracci-mia che, da sempre, ogni Italiano stipula col suo Governo. Niente retorica. Non mi chiedo cosa io possa fare per il mio Paese; mi chiedo cosa io possa fare per me, per non farmi corrodere dallo sconforto organizzato.Smetto di scavare e mi guardo intorno. E scopro quante azioni si possano mettere in atto, a bassissimo impegno e rischio minimo. Esserci, innanzitutto. Scendere in piazza durante una manifestazione o partecipare ad una conferenza  o mandare un telegramma di sostegno ad un giudice antimafia. Smettiamola di illuderci che basti essere d’accordo dentro. E poi riaccollarci il peso del pensiero e tentare un’analisi. Un razionale c’è sempre. Il Male non domina da solo; anche lui ha bisogno di convincere. Di cosa ci ha subdolamente convinto senza che ce ne accorgessimo? E poi molestare le persone. Intervenire quando accade qualcosa che non va, intervenire sempre, anche se non c’entriamo niente, perché noi c’entriamo. E infine i piccoli gesti di generosità. Andare a trovare i malati, telefonare ad un parente in difficoltà. Convincerci che potevamo meglio tutelarci rifugiandoci nel privato, è stato il più sofisticato e tecnologicamente evoluto cetriolo dei tanti che abbiamo accolto.  Non è un discorso che mi viene in discesa. Ma il fondo del barile non è un confine indistinto. È un limite solido, ben identificabile, e nel momento in cui decidiamo che possiamo andare più in basso, ecco, quello è il momento in cui smettiamo di essere vittime e cominciamo ad essere corresponsabili. Perciò suggerirei di prenderci tutti una pausa e di non protocollare quest’anno che inizia. Consideriamolo un periodo di riflessione e di preparazione alla grande battaglia del 2016. Fissiamo il livello massimo di disgusto sopra il quale siamo disposti ad annaspare per non rischiare il salto nel buio, e lì mettiamo il segno.  Allons enfants, si può fare. Ma il tono non inganni. Questa non è un’esortazione amichevole. È una (auto)strigliata.

Giancarlo Cascini