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L'UNITA' 20 giugno 2003 |
chietinuova 3febbraio.it |
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Ciampi ha firmato il lodo Berlusconi.
La
legge non è più uguale per tutti Si fa, ma non si dice. Nessun comunicato ufficiale è uscito dal Quirinale. Questa, del resto, è l’usanza. L’atto che segna indiscutibilmente una svolta nel settennato di Carlo Azeglio Ciampi si celebra nella forma dimessa di un rito burocratico. Appena una firma. Vergata stancamente in calce al faldone che contiene l’incartamento del «lodo Schifani» nella versione – concordata con lo stesso Quirinale – che è appena uscita dal doppio esame di Senato e Camera. Due giorni dopo. Verso le undici di venerdì mattina (giorno dedicato dalla Chiesa a un sant’Ettore, che è anche il nome di uno che soccombe all’avversario nella vana difesa di una città assediata). Scelta in qualche modo tormentata, anche se la si presenta pressappoco come «dovuta». Anche perché già si sa sul Colle che c’è chi è pronto a rubricare - fuor di metafora mitologica - come una sconfitta, forse una resa, anche quel margine stretto di quarant’otto ore tra la promulgazione del presidente e l’approvazione del testo da parte dell’assemblea di Montecitorio. La conseguenza è fin troppo nota: il premier potrà giovarsi di tanta rapidità per superare indenne il semestre di presidenza europea senza avere sul collo il fiato della giustizia. L’inchiostro sulla Gazzetta ufficiale si sarà già seccato il prossimo 25 giugno, quando è in calendario l’udienza di Milano. Il pluriannunciato imprimatur quirinalizio al provvedimento che regala a Berlusconi la sospensione del processo milanese è arrivato con un rispetto meticoloso dei tempi previsti, almeno nella prassi instaurata dal capo dello Stato per le leggi più calde. Per gli appassionati di questa inquietante statistica, 24-48 ore è la media del tempo impiegato per la promulgazione, a seconda della complessità dei rispettivi «articolati». In appena due dei trenta giorni che Ciampi avrebbe in teoria a disposizione per vagliare la produzione legislativa del Parlamento furono siglate la legge sulle rogatorie internazionali (ottobre 2001), e la Cirami (novembre 2002). Provvedimenti in materia di giustizia e di legalità che in cadenza annuale hanno suscitato un terremoto di appelli e contestazioni inevitabilmente rivolte verso il Colle, invocato da settori sempre più estesi dell’opinione pubblica e della cultura giuridica. Chiedevano a Ciampi di adoperare lo strumento costituzionale del «veto sospensivo»: rinviare, cioè, alle Camere per un «replay» dell’esame dei provvedimenti, corredandoli con un «messaggio motivato» in questi casi da sospetti di incostituzionalità. E qui i costituzionalisti
cominciano a dividersi tra chi ritiene sufficiente per far scattare il
veto presidenziale una considerazione di inopportunità costituzionale, e
chi pensa che sia necessario che l’incostituzionalità sia palese e
inconfutabile. Solo il 15 giugno del 2002
fu inscenata una parvenza di scontro istituzionale sulla legge cosiddetta
salva-deficit: pur promulgando la legge Ciampi raccolse le proteste degli
ambientalisti e inviò una lettera a Berlusconi raccomandandosi di non
svendere il patrimonio artistico e paesaggistico. E dal Quirinale partì, così, verso la maggioranza l’input a limare alcuni emendamenti che resero passabilmente costituzionale secondo gli uffici del Colle quella legge, poi rapidamente promulgata. Stavolta, si è lavorato ancor più di bulino, non c’è stato passaggio parlamentare del «lodo» – compreso il no alla richiesta del voto segreto opposto da Casini all’opposizione - che non fosse blindato da un accordo preventivo con il Colle. Dove si canta una mezza vittoria per aver evitato l’estensione dei benefici ai coimputati e alla fase delle indagini. E si aggiunge salomonicamente che tocca alla Corte Costituzionale quando – già il prossimo 25 giugno – sarà investita del caso, il compito di pronunciarsi. Fin qui sul piano della tecnica giuridica. La maggioranza degli autorevoli costituzionalisti interpellati – si fanno i nomi di Conso, Casavola e Vassalli – ha dato parere positivo per le intenzioni benevole di Ciampi. Ma si può indovinare che il motivo che lo ha portato a deludere pressioni e inquietudini, stia altrove: in poche parole, Ciampi ritiene che non si possa mandare in giro per l’Europa un presidente di turno assediato dai giudici. Dal Quirinale, insomma, si confida di poter mettere sotto tutela con un «pressing» quotidiano il premier e le sue quanto meno bizzarre concezioni di politica estera. Sta soprattutto qui, in questo scambio, la non troppo tacita intesa tra palazzo Chigi e Quirinale, levatrice del lodo. Una scommessa. Ma è anche vero che non bisogna esagerare. Non trova il favore del Quirinale chi esageri nel difendere a tutti i costi il Colle. E dipinga per eccesso di zelo lo scenario di un Ciampi garante un po’ di tutto e del suo contrario: di una sentenza della Corte Costituzionale favorevole a Berlusconi, come della futura riscrittura della legge sul conflitto di interessi. Si preferiscono le ragioni tecniche messe avanti dall’ex presidente del Senato Nicola Mancino. Che singolarmente, per via della «pruderie» comunicativa del Colle, ha dovuto rilasciare alle agenzie una dichiarazione di sostegno… a commento della notizia, mai data, che Ciampi aveva rapidamente firmato. |
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