Odio gli indifferenti

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaEmail

Odio gli  indifferenti

…Se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di  far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è  successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del  loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a  quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male,  combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

Odio gli  indifferenti. Credo come Federico Hebbel (drammaturgo tedesco, 1813-1863) che "vivere vuol dire  essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei  alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare.  Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.

Perciò  odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso  morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia  inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che  recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio  dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli  assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere  dall'impresa eroica.

L'indifferenza opera  potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.

E' la  fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi,  che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella  all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su  tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può  generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto  all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene  tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli  uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che  poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la  rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un  ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia  non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di  questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non  sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la  massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono  manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle  ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli  uomini ignora, perché non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato  vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e  allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la  storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi  sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo  ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse  chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni  piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi  si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di  far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è  successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del  loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a  quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male,  combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad  avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali,  di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze.  Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non  vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di  prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che,  pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto  urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo  contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è  prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una  responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette  agnosticismi e indifferenze di nessun genere. Odio gli  indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di  eterni innocenti.

Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il  compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha  fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere  inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con  loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili  della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte  sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni  cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente  opera dei cittadini.

Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a  guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui  che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che  l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il  sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano.  Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti, 11-II-1917