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BUON ANNO 2012!!!!!

 


 

La democrazia si difende con la democrazia


Loris Campetti

 

Il Manifesto, 19-X-2011


“Soltanto la giustizia e la cultura potranno salvare l'Italia e gli Italiani“

Enrico Di Nicola


www.uominicontro.it



Pd ultima chiamata

Compie 10 anni l’urlo di Nanni Moretti sul palco di piazza Navona, davanti al politburo del futuro Pd: “Con questi dirigenti non vinceremo mai!”. Era il 2 febbraio 2002. Se oggi qualcuno (allora fu Nando Dalla Chiesa) organizzasse una manifestazione nello stesso posto, con le stesse facce, e Moretti ci andasse, potrebbe ripetere le stesse parole. Lo so che qualche lettore che vota Pd inarcherà i sopraccigli e sbufferà: ecco il solito attacco del Fatto al nostro partito per conto di Grillo, o di Di Pietro, o di Vendola, o dei venusiani. In realtà le nostre sono critiche costruttive, perché anche chi non vota il Pd, e persino chi non lo ama, non può non guardare con angoscia alla deriva imboccata dal primo partito del centrosinistra. Già il Pd sta pagando prezzi altissimi sempre più inaccettabili per sostenere acriticamente il governo Monti facendo maggioranza con Pdl e Terzo polo. Ma c’è anche un altro rischio: che l’obbligo di sostenere i tecnici a ogni costo faccia da alibi al partito dell’impunità, che taglia trasversalmente quasi tutti i partiti di destra e di sinistra, per regolare i conti con i magistrati e mettersi al riparo dai processi di oggi e di domani. In tutto il mondo la crisi finanziaria, nata dall’uso criminale del denaro da parte delle classi dirigenti, ha imposto alle medesime uno stile nuovo, più “sobrio” (possiamo ben dirlo) e rigoroso di prima, non foss’altro che per autoconservarsi. È di ieri la notizia che Chris Huhne, ministro britannico dell’Energia, si è dimesso perché dieci anni fa fu beccato dall’autovelox e multato per eccesso di velocità, ma ora la moglie lo accusa di aver mentito alla polizia stradale, attribuendo a lei l’infrazione commessa da lui. Il reato contestato è ostruzione alla giustizia, che nel caso di specie è punibile con un’altra multa. Lui si proclama innocente: “Risponderò delle accuse in tribunale, ma per non subire delle distrazioni dal mio lavoro ho deciso di dimettermi dall’incarico di ministro con effetto immediato”. Forse esagera, almeno per i nostri standard etici. Ma dà un segnale, magari eccessivo, ma tipico di un esponente delle classi dirigenti consapevole del rischio che esse oggi corrono e sintonizzato con un’opinione pubblica sempre più insofferente e intransigente a causa della crisi. Ecco quel che manca ai politici italiani, e in particolare a quelli del Pd che devono rispondere a un elettorato voglioso di legalità, correttezza, vera sobrietà: la sintonia col loro popolo e qualche segnale tangibile che la dimostri. Ieri Telese e Fucecchi si sono divertiti a scimmiottare l’infelice campagna pubblicitaria pidina del “Ti presento i miei”, ritraendo Bersani circondato dagli inquisiti eccellenti di casa sua: Penati, Pronzato, Tedesco, Morichini, Frisullo, Delbono, Lusi e Brentan (il manager delle autostrade venete iscritto al Pd e appena arrestato per tangenti). Ma, per motivi di spazio, sono rimasti fuori i Bassolino e i Del Turco (quest’ultimo difeso sconciamente come un martire dall’Unità e da Violante).

(continua nella sezione Rassegna stampa) MarcoTravaglio, 4-II-2012, www.Tzetze, pubblicato su Il Fatto Quotidiano



Riceviamo e pubblichiamo

Cronistoria dettagliata del viaggio Milano-Pescara sulla Freccia bianca delle ore 15,35 di Mercoledì 1 febbraio 2012, n. 9819, diretta a Bari

Ritardi stratosferici; comunicazioni inesistenti tra treno e Ferrovie; buona volontà dei singoli; colpevoli omissioni e vergognosa disorganizzazione; problemi di manutenzione e non solo….
A chi compete intervenire e perseguire i responsabili di queste inaudite disfunzioni del servizio pubblico?


Alla stazione di Milano, sui tabelloni compare la scritta che causa neve i treni ad alta velocità (le Frecce) avrebbero viaggiato a velocità più bassa con possibili ritardi.
Il treno parte dal binario diciotto alle ore 15,44, con nove minuti di ritardo.
Tra Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena  si verificano alcune fermate in aperta campagna innevata; nell’ultima, prima di arrivare a Modena, viene comunicato che il treno è fermo perché a Modena i binari sono pieni. Dopo la seconda fermata, nella carrozza numero 7 comincia a sentirsi freddo e saltano le luci: successivamente vengono riaccese le luci, ma non il riscaldamento.
Arrivo a Modena con venti-venticinque minuti di ritardo. Sul tabellone in stazione: comunicazione di partenza con trenta minuti di ritardo. Si riparte con ottanta minuti di ritardo.
Cominciano a lampeggiare le luci all'interno della  carrozza n. 7 e aumenta il freddo.
Dopo sei, sette fermate, il treno arriva a Bologna alle ore 19,57 con due ore e quattro minuti di ritardo e riparte dopo qualche minuto, per fermarsi all'uscita della stazione. Nessuna comunicazione, ma nella carrozza si diffonde la voce che alcuni passeggeri sono rimasti a terra e stanno correndo dietro il treno. Alcune persone effettivamente arrivano vicino al treno, ma salgono sulle scale che scavalcano i binari. Dopo circa venti minuti il treno riparte. Si ferma di nuovo per altre due volte per circa venti minuti e riparte superando di slancio Castel Bolognese.
Improvvisamente, dopo Castel Bolognese, nella steppa locale, il treno si ferma, senza alcun messaggio di spiegazione. Dopo circa quindici minuti il capotreno arriva nella gelida carrozza 7, parlando al cellulare e comunica che tra Forlì e Cesena sono fermi due treni e che tra il treno n. 9819 e i due treni sono presenti altri cinque in attesa. (!!!) Non sa altro e alla sua richiesta di assistenza per bevande calde e coperte sia a Rimini sia a Bologna, è stata data risposta negativa in quanto la protezione civile è già impegnata.  Successivamente viene fornita la seguente comunicazione: il treno è fermo causa neve e convogli che lo precedono.
(continua nella sezione Riceviamo e pubblichiamo) Lettera firmata



Le liberalizzazioni e gli affari di Montezemolo


La vicenda delle ferrovie mi pare un buon esempio di cosa significa la parola liberalizzazioni. Un tempo sulle ferrovie circolavano solo i treni dello Stato. Adesso, con le liberalizzazioni, anche i privati possono far circolare i loro treni. Così tra poco Montezemolo farà circolare i suoi treni ad alta velocità tra Roma e Milano. Qui vi è la prima fregatura. Sappiamo infatti che non tutte le linee ferroviarie rendono nello stesso modo. Sull’alta velocità da Roma a Milano c’è da guadagnare mentre sulla linea tra Roma e Avezzano – per non fare che un esempio – probabilmente il servizio è in perdita. Mentre prima i ricavi di una linea potevano coprire la perdita di un’altra e dare luogo a quello che chiamiamo un “servizio pubblico”, adesso le tratte dove ci si guadagna vedranno i privati prendersi una fetta di guadagni, mentre le tratte in perdita rimarranno allo Stato e probabilmente nei prossimi anni ci diranno che non ci sono i soldi per farle funzionare. Montezemolo guadagna e lo Stato e i cittadini ci perdono.

A questo primo passo il governo Monti ne ha aggiunto un altro. Nel decreto sulle liberalizzazioni è previsto il superamento del contratto nazionale di lavoro per le ferrovie. In altre parole Montezemolo non sarà obbligato ad applicare il contratto delle ferrovie e potrà applicare un contratto peggiore per i suoi dipendenti. Monti ha fatto per legge quello che Marchionne ha fatto con i suoi diktat alla Fiat. In questo modo potrà fare concorrenza alle Fs a partire dallo sfruttamento dei lavoratori. Immagino che dopo qualche mese di concorrenza al ribasso, Moretti dirà che deve licenziare dei ferrovieri a meno che non accettino anche loro di lavorare ad un costo inferiore.
(continua nella sezione Rassegna stampa) Paolo Ferrero, Il Fatto Quotidiano, 3-II-2012



La ragnatela multinazionale

Zurigo. Una rete di multinazionali determina i nostri destini. E’ quanto emerge da un rigoroso studio del Politecnico federale di Zurigo. Il rapporto, pubblicato nella rivista ScienceNews, identifica per la prima volta la “cupola” delle multinazionali che regge le sorti economiche del pianeta. E’ interessante notare gli incroci che coinvolgono circa 43.060 multinazionali, che attraverso formule di presenza azionaria e partecipativa che sfugge a qualsiasi regola, condizionano le economie degli Stati e determinano i destini delle Comunità.

Il carattere sovranazionale permette loro di agire sui mercati con l’unico scopo di determinare vantaggi verso la centrale di comando. Si tratterebbe di 147 multinazionali che hanno il controllo totale delle finanze del pianeta. Il sistema di interconnessione tra le varie società analizzato con criteri scientifici ha consentito agli studiosi di Zurigo di individuare una Top list nella quale figurano i due gruppi bancari UBS AG e Credit Suisse, rispettivamente al 9° ed al 14° posto. Insomma lo studio descrive un sistema complesso nel quale il dominio di queste 147 multinazionali, fondandosi sulla loro interdipendenza allo stesso tempo ne garantisce la sopravvivenza al di sopra degli Stati e delle stesse regole. In questi giorni l’antitrust elvetico che vigila sulla concorrenza, ComCom, ha messo sotto accusa un cartello di banche e gruppi finanziari che avrebbero predeterminato i prezzi di scambio favorendo attività speculative. Ovviamente molti appartenenti a questo cartello fanno parte della lista di colossi finanziari. Sono solo i primi indizi, ma l’inchiesta si ripromette di mettere alla luce questi scambi informativi anomali. (continua nella sezione Rassegna stampa) FQ Zurigo, Il Fatto quotidiano, 6-II-2012



COMUNICATO STAMPA



2 febbraio 1993 – 3 febbraio 2012
Per superare, senza dimenticare, le ragioni che hanno portato  ai gravi fatti del 2 febbraio 1993



Coerentemente con i motivi che ne hanno ispirato la nascita e con i fini stabiliti nello Statuto, Chieti nuova 3 febbraio sollecita i cittadini a non perdere il significato degli avvenimenti del passato e a non persistere in un costume politico fondato su trasformismo, consociativismo, clientelismo, favoritismi.
La grave crisi economica, politica, sociale, il problema del lavoro e la sua precarietà, la disoccupazione crescente, il diminuito potere di acquisto dei salari, la disillusione, la sfiducia, l’insicurezza possono indurre il cittadino a cercare protezione in gruppi creati sulla base di interessi personali, sfaldando, così, il tessuto democratico collettivo in clientele  e assumendo una posizione di subordinazione psicologica, morale e sociale nei confronti dei potenti, tollerando corruzione e illegalità.
I cittadini di Chieti, negli ultimi anni, in vario modo  hanno tentato di scrollarsi di dosso l’etichetta di vivere nella città camomilla,  dando segnali di risveglio civico.
Ora è il momento  di adoperarsi concretamente per innescare un processo capace di tessere nuove e diverse relazioni tra le persone, fondate sull’urgenza di liberarsi dal clientelismo, dall’utilitarismo, dalla logica del profitto ad ogni costo e basate sul rispetto reciproco, sulla passione civica, sul senso di responsabilità e sulla cultura della legalità, sull’esigenza di riacquistare lo spirito di appartenenza al proprio territorio, con scelte coraggiose, partecipando attivamente e criticamente alla vita della collettività, decidendo e verificando che le decisioni vengano attuate.
Coinvolgimento diretto e controllo democratico sono l’antidoto all’antipolitica  e alla fine della Democrazia.



Legge Lega-Pdl-Violante

Proprio in questi giorni l'Unità, tornata a essere l'organo ufficiale del Pd, si è lanciata in una delirante campagna in difesa di Ottaviano Del Turco, arrestato nel 2008 per tangenti, poi rinviato a giudizio e ora a processo. Anticipando la sentenza, l'Unità ha deciso che Del Turco è innocente a prescindere.

Ma sì, forse è meglio così. Ben venga il voto della Camera sull’emendamento leghista che costringerà i magistrati a pagare di tasca propria i “danni” a ogni persona indagata e poi assolta. Ben venga perché, anche se fosse approvato anche dal Senato e diventasse legge, non entrerebbe mai in vigore, visto che è contrario alla Costituzione e alla normativa europea: serve soltanto a spaventare i magistrati che si lasciano spaventare. Ben venga perché ci sveglia dal sogno che basti un governo tecnico per ripulire una politica marcia dalle fondamenta e cancellare vent’anni di berlusconismo bipartisan. Ben venga perché così è chiaro a tutti che, sulla giustizia e sulla tv, continua a comandare il laido piduista Pompetta B. E che il Parlamento che dovrebbe “fare le riforme”, cambiare la legge elettorale, combattere corruzione, mafia ed evasione è sempre quello che dichiarò Ruby nipote di Mubarak, varò una dozzina di leggi ad personam e salvò dal carcere Cosentino (due volte), Tedesco e Milanese. Ben venga perché costringe il governo Monti a uscire dalla comoda e ambigua “continuità” col precedente e a scegliere non fra destra e sinistra (etichette giurassiche), ma fra i due partiti trasversali che si fronteggiano da tempo immemorabile: quello dell’impunità e quello della legalità. Per fortuna, mentre il Parlamento si arrocca a difesa dei suoi delitti come quello spazzato via vent’anni fa da Mani Pulite, il partito della legalità cresce: lo testimoniano le oltre 16 mila firme raccolte in poche ore dalla legge del Fatto sulla responsabilità giuridica dei partiti dopo il caso Lusi. Ora la ministra Severino non può cavarsela con frasette alla vaselina per deplorare l’“intervento spot” che “rende poco armonioso il quadro complessivo”, auspicare “qualche miglioramento in seconda lettura”, previa “riflessione sul tema per riaprire il dialogo”, e annunciare “una seconda fase” (la solita, mitologica “fase 2”). Prendersela soltanto col Pdl e con la Lega è troppo facile: erano anni che tentavano di farla pagare (nel vero senso della parola) ai giudici per le indagini sui loro leader-lader. Ieri, fra i 261 sì alla porcata padan-berlusconiana, si annidavano – nascondendo la mano grazie al voto segreto avventatamente concesso da Fini – almeno 50 deputati dell’altro fronte (Pd, Udc, Fli e Idv). (continua nella sezione Rassegna stampa) Marco Travaglio, Triskel 182, 3-II-2012, pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 03/02/2012.



L'alibi dell'impolitico

In due giorni Mario Monti ha intaccato un "tesoretto" di credibilità accumulato in tre mesi. La battuta sulla "monotonia del posto fisso", pronunciata sulla pelle di centinaia di migliaia di giovani che non hanno neanche quello variabile, è il primo, serio infortunio mediatico per il premier. La pessima gestione del voto sulla responsabilità civile dei magistrati, lasciata alle geometrie variabili di una maggioranza erratica e riluttante, è il primo, grave incidente politico per il governo.

Sul "merito" della norma c'è poco da dire. È un revolver puntato alla tempia di qualunque magistrato. Se un provvedimento del genere diventa legge, nessuna procura aprirà più un'inchiesta, nessun pubblico ministero avrà più il coraggio di istruire un'indagine, perseguire un'ipotesi di reato, scandagliare la "zona grigia" nella quale gli affari si mescolano alla politica.

La magistratura inquirente, prima ancora di quella giudicante, si limiterà a perseguire le "notitiae criminis" già evidenti, i delitti conclamati, i colpevoli colti in flagrante. Per arginare le pur frequenti istruttorie "sommarie" di qualche procuratore, e gli errori non infrequenti di qualche gip, si introduce nel sistema una minaccia permanente contro le toghe, che di fatto scardina (per altre vie) il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale. È la "Del Turco rule", ed ha effetti potenzialmente devastanti sul nostro ordinamento giudiziario. (continua nella sezione Rassegna stampa) Massimo Giannini, La Repubblica, 3-II-2012



Mercoledì 8 febbraio 2012, ore 18,15


Agenzia di Promozione Culturale - Regione Abruzzo
via della Liberazione, 32 - Chieti                                                                             ATTENZIONE !!!

L'INCONTRO E' RINVIATO CAUSA NEVE A DATA DA DESTINARSI

Conversazioni sul Linguaggio dell’Economia


Tezo incontro con Giorgio Bellelli e Gaetano Natelli



MICROMEGA


11 febbraio, la società civile in piazza con la Fiom - Firma l'appello
www.micromega.it


In una «Repubblica democratica fondata sul lavoro» quale l’Italia deve costituzionalmente essere, la libertà operaia è la libertà di tutti, la sicurezza del disoccupato e del precario è la sicurezza di tutti.
Ecco perché siamo convinti che la manifestazione nazionale indetta dalla Fiom per sabato 11 febbraio debba raccogliere attorno alle bandiere dei metalmeccanici tutte le forze vive della società civile.
Ecco perché invitiamo ogni cittadino che senta ancora come propri i valori della Costituzione, non solo ad aderire ma a farsi promotore e protagonista di questa manifestazione, partecipando ad organizzarla.
Ecco perché invitiamo ogni testata giornalistica e ogni sito che ritengano irrinunciabili i princìpi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista a mobilitare la propria forza di comunicazione e informazione, contro il muro di gomma di un monopolio massmediatico che sceglierà il silenzio.

L’Italia democratica ha bisogno di speranza, e solo la lotta tiene viva la speranza. L’impegno dei cittadini. Il tuo impegno.

Paolo Flores d’Arcais, Andrea Camilleri, Margherita Hack, Dario Fo, Antonio Tabucchi, don Andrea Gallo, Carlo Lucarelli, Fiorella Mannoia, Erri De Luca, Ascanio Celestini, Franca Rame, Stefano Rodotà, Luciano Gallino, Gustavo Zagrebelsky, Telmo Pievani, Moni Ovadia, Furio Colombo, Fabrizio Gifuni, Valerio Magrelli, Pierfranco Pellizzetti, Angelo d’Orsi, Roberto Esposito, Luciano Canfora, Massimiliano Fuksas, Carlo Galli, Franco ‘Bifo’ Berardi, Adriano Prosperi, Nadia Urbinati, Andrea Scanzi, Valerio Evangelisti, Carlo Formenti, Marco Revelli



Maurizio Landini: perchè scenderemo in piazza l’11 febbraio

La crisi economica e finanziaria che ha sconvolto le società occidentali sta presentando un conto pesantissimo per le lavoratrici, i lavoratori e i giovani nel nostro paese. Il bilancio drammatico dei suicidi dati dalla disperazione per la mancanza di speranza sul futuro dovrebbero allarmare chi nel corso degli ultimi due anni ha inforcato gli occhiali dell’eccezionalità che, con qualche azione tecnica, avrebbe nel giro di poco riattivato la crescita o se non altro almeno attenuato gli effetti del calo produttivo e dei consumi.

Il nuovo anno invece si è aperto con novità che non fanno ben sperare: le migliaia di esuberi dichiarati da Fincantieri, la mancanza di un piano industriale per la Fiat, la chiusura di uno stabilimento dell’Alcoa con cinquecento occupati a cui bisogna aggiungere l’indotto, solo per citare alcuni casi eclatanti. Inoltre, moltissime aziende hanno esaurito o stanno esaurendo gli ammortizzatori sociali con conseguenze di proporzioni ad oggi non quantificabili sull’occupazione. Il 2012 rischia di essere un anno nel segno dei licenziamenti. La crisi sta presentando un conto sociale pesante: chi un lavoro ce l’ha rischia di vederselo tolto e chi non lo ha, ha poche possibilità per trovarlo.

Per anni ci è stato spiegato che il mercato avrebbe perseguito il bene comune, come la «Dea bendata» della giustizia avrebbe di per sé ribilanciato i piatti della distribuzione del profitto, invece il 10 per cento del paese detiene quasi il 50 per cento delle ricchezze. Quello che stupisce è che questo non desti nessuno scandalo, anzi. L’opera di rimozione delle cause della crisi rende la crisi stessa un fenomeno straordinario ma naturale come uno tsunami che arriva imprevedibile, devasta e lascia dietro di sé macerie senza alcuna possibilità di intervenire per eliminare le cause che lo hanno scatenato. Forse l’unico sentimento che si riesce a provare per chi un lavoro lo perde o non riesce a trovarlo è un po di compassione proprio come verso le persone che hanno subito una calamità. Non può essere questa la lettura, perché così si è passati dall’incertezza del futuro alla paura del domani.

(continua nella sezione Rassegna stampa) Maurizio Landini, Micromega, I-2012


“Lavoro, i diritti non sono in vendita”


11 febbraio, l’adesione di Stefano Rodotà


Ho aderito all’appello per la manifestazione dell’11 febbraio indetta dalla Fiom per molte ragioni che vanno anche al di là di quello che è l’oggetto specifico della mobilitazione, la tutela del lavoro, ma che non sono aggiunte pretestuose. Perché affrontare oggi le questioni del lavoro significa riprendere il filo di temi capitali quali sono quelli del rispetto della persona, della tutela della dignità, della necessità di non ridurre tutto alla misura e alla logica del mercato.

L’articolo 1 della Costituzione non soltanto ci dice che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro – che non è un’affermazione puramente astratta, retorica o enfatica – ma attribuisce al lavoro in tutte le sue forme e manifestazioni – anche al di là di una analisi puramente di classe – un valore fondativo della repubblica.

Ma sappiamo che ci sono altre norme significative in questa materia. E vorrei fare riferimento a due tra queste.

1) L’art. 36 della Costituzione parla della retribuzione del lavoratore e dice che questa retribuzione deve garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Il lavoro non è quindi soltanto la possibilità o il diritto di lavorare, ma attraverso la retribuzione è il modo per realizzare quella libera costruzione della personalità di cui la Costituzione parla al suo inizio. Questa è un’affermazione di carattere generale che riguarda tutti e che impone un vincolo all’imprenditore quale che esso sia, pubblico o privato. E che ci porta al di là della pura logica della sopravvivenza. La retribuzione deve garantire il minimo vitale? No, deve garantire l’esistenza libera e dignitosa. Ecco così che attraverso il discorso sul lavoro penetrano nel nostro sistema costituzionale e assumono particolare rilevanza i principi di libertà e dignità, uniti tra loro. Questo è un punto essenziale che in questo momento abbiamo visto messo in discussione: i ricatti nei confronti dei lavoratori, la riduzione dei salari, l’aumento delle ore di lavoro, le condizioni di lavoro, sono tutti elementi che contribuiscono a ridurre l’area della libertà e della dignità delle persone.

2) L’articolo 41 afferma la libertà dell’iniziativa economica privata e tuttavia pone un limite insuperabile nel fatto che non deve contrastare la sicurezza, la libertà e la dignità della persona. Di nuovo, la logica di mercato non può espropriare le persone di quelli che sono alcuni elementi costitutivi del loro essere in società. I costituenti furono lungimiranti, misero addirittura la sicurezza prima ancora della libertà e della dignità. E sappiamo quanto questo sia un punto assolutamente attuale con le morti e gli infortuni sul lavoro, che sono ancora un elemento drammatico del nostro panorama sociale, sul quale tante volte ha richiamato l’attenzione il Presidente della repubblica. La riduzione, in qualunque modo, della rilevanza di questi principi che si sta cercando di fare in molto modi è una regressione culturale e una violazione sostanziale della Costituzione. L’art 41 non può essere riletto, come ad esempio fa l’art. 1 del decreto “cresci Italia”, quasi che si limitasse ad affermare la libertà d’impresa e il principio di concorrenza. Questo tentativo di riduzione è assolutamente contradditorio col fatto che c’è un limite invalicabile rappresentato dal quei tre principi: sicurezza libertà e dignità.

Ecco perché penso che la manifestazione dell’11 febbraio sia importantissima in questo momento. Ci aiuta a mantenere aperta davanti all’opinione pubblica la discussione su questi temi e quindi può servirci a tenere viva la consapevolezza che si tratta di principi che non possiamo assolutamente abbandonare. Stefano Rodotà, Micromega I-2012


Morto l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro
Ricoprì tutte le più alte cariche dello Stato


ROMA - Oscar Luigi Scalfaro è morto questa notte a Roma. Nato a Novara il 9 settembre del 1918, membro dell'ASSEMBLEA COSTITUENTE, Scalfaro fu eletto in Parlamento nel 1946; ininterrottamente deputato fino al 1992, da presidente della Camera, fu eletto Capo dello Stato, carica ricoperta fino al 1999; presidente del Coordinamento dei Comitati in difesa della Costituzione.



“Una sera a Novate Milanese”

Furono particolarmente forti le emozioni che provai la sera del 15 dicembre del 2004, intervenendo in una delle manifestazioni – Costituzione: un patrimonio da salvaguardare – nello stracolmo auditorium di Novate Milanese, un paese alle porte di Milano, al fianco di Oscar Luigi Scalfaro.
Le emozioni non scaturivano certo dai temi tecnici trattati ma dalle parole di quell’uomo infaticabile, uno dei padri della Repubblica, che, con l’entusiasmo di un trentenne, si batteva e si batte ancora contro la dissoluzione dello Stato di diritto. Passava dal Senato alle piazze, dai teatri delle metropoli alle parrocchie dei paesi; sapeva parlare ad anziani ex partigiani e a giovani studenti, ai genitori e ai figli, a tutti; e sempre lo faceva a braccio, senza testi scritti davanti, con lucidità di ricordi e profondità di analisi.
Eravamo abituati a considerarlo un politico illuminato, ma certamente anche moderato. E il fatto che fosse stato in gioventù un magistrato era un dato quasi perso nella nostra memoria: ne ricordavamo soprattutto la lunga e prestigiosa carriera politica fino alla più alta carica dello Stato. Ma Scalfaro era ormai anche l’acclamata guida del Coordinamento dei comitati contro la riforma costituzionale che proliferavano come funghi in tutto il paese. Egli si era trasformato in testimone itinerante di verità, per questo venendo immediatamente qualificato come estremista, sovversivo, nemico del governo e della maggioranza dell’epoca. E così ancora oggi. Strana sorte per chi, dopo Rognoni, era stato ministro dell’Interno durante gli anni bui del terrorismo; bizzarro destino per chi aveva rappresentato l’unità dello Stato e impedito che Previti diventasse ministro della Giustizia.

L’avevo sentito parlare con la consueta passione varie altre volte, ma mai ero stato seduto al suo fianco per oltre due ore, a parlare con lui, prima di lui, a commuovermi ascoltandolo raccontare di quando, a ventisette anni, sedeva come costituente accanto a giuristi eccelsi, che però egli ricordava soprattutto come «per-sone che non avevano mai piegato la schiena dinanzi alla dittatura pagando di persona con il carcere, il che vale più di ogni scienza giuridica». Perché – diceva Scalfaro – «la schiena dritta devono averla tutti, pure i padri di famiglia, anche se, per tenerla dritta, la schiena bisogna prima averla». Perché ricordava che «questa riforma costituzionale è aberrante ed intollerabile», aggiungendo, a proposito dell’atteggiamento del Parlamento e di quanti – ex democristiani e suoi ex compagni di partito in testa (le «tigri di carta» le aveva definite Eugenio Scalfari) – si piegavano al volere di uno solo, «di avere conosciuto un solo carattere dell’animo umano veramente immutabile nel tempo, la vocazione ad essere servi!». Perché ammoniva tutti a non perdere la memoria dei pilastri su cui è fondata la nostra Repubblica: «il grande NO alla dittatura fascista, le sofferenze di chi vi si è opposto, la lotta partigiana». Perché tuonava contro la vergogna dei processi in tv, ad uso e consumo dei potenti e degli avvocati di turno. Perché incitava i cittadini a non accontentarsi delle «verità parziali che sono come le menzogne totali» e li invitava a ricordare che «garante della Costituzione è ciascuno di voi e che si voterà per difendere libertà e democrazia nel paese». Perché ricordava che la nostra Costituzione non fu approvata da quattro-cinque persone duran¬te un weekend in un’amena località di montagna, ma dopo diciotto mesi di lavoro da 556 parlamentari e giuristi di ogni estrazione. Perché concluse il suo intervento rivendicando orgogliosamente il suo passato di magistrato e perché mi chiamò – quella sera e altre ancora – «collega». Alla fine la gente lo soffocò di abbracci e di strette di mano e a tutti – dico a tutti – Scalfaro riservava un sorriso, una parola, una domanda affettuosa, una dedica su un libro o su un qualsiasi pezzo di carta stropicciata, sotto gli occhi devoti dei suoi uomini di scorta, che lo accompagnavano come figli di un padre da preservare in eterno. Salutandolo, gli confidai che l’indomani sarebbe stato il mio compleanno e lo ringraziai per quel dono ricco ed esaltante – le sue parole – che quella sera avevo ricevuto. Abbracciandomi, mi disse: «Auguri infiniti, caro collega, posso darle del tu?». Armando Spataro



Inaugurazione anno giudiziario - Trento
Intervento  di Pasquale Profiti, presidente Associazione Nazionale Magistrati – sez. distrettuale


"In rappresentanza dei magistrati italiani il 30 gennaio 2010 ho alzato con orgoglio la Costituzione italiana a testa alta e con la schiena dritta.
In rappresentanza dei magistrati italiani ho confessato, il 29 gennaio 2011, la nostra eversione a difesa di quella Costituzione.
È arrivato oggi il momento, finalmente, di poter e dover guardare dentro di noi.
Dentro di noi abbiamo già trovato e troveremmo ancora non solo i collusi con i potenti, i venduti al miglior offerente, ma anche chi semplicemente s'inchina alle chiamate del politico, anche se quel politico offende la nostra dignità o getta fango su chi, come noi, ha giurato fedeltà alla Costituzione.
Dentro di noi abbiamo già trovato coloro che intendono il proprio ruolo, la propria notorietà, la propria carriera, la propria nomina a Presidente o a Procuratore non come un servizio, un'assunzione di responsabilità ulteriore, ma un motivo di prestigio personale, di sfoggio d'importanza ed autorità, per ottenere piccoli o grandi vantaggi negli esercizi commerciali o nelle località turistiche, nell'utilizzo delle auto di servizio o del personale dell'amministrazione.
Dentro di noi troveremmo talvolta la nostra incapacità a confrontarci con l'altra faccia dell'indipendenza: la responsabilità. Quella responsabilità che imporrebbe l'utilizzo scrupoloso delle scarse risorse, di seguire l'esito dei processi, il numero di coloro che, prima arrestati, sono stati poi assolti ed hanno quindi ingiustamente sofferto privazioni della libertà personale. Non per censurare o sanzionare, ma per registrare anomalie, per migliorarsi e per sapere ammettere i nostri errori, eventualmente chiedendo scusa. Quella responsabilità che imporrebbe di valutare il nostro lavoro più sulle conciliazioni tra i contendenti che non sulle pubblicazioni delle nostre sentenze nelle riviste giuridiche, sentenze che fanno sfoggio di erudizione molto spesso fine a se stessa.

(continua nella sezione Rassegna stampa) L’Adige, 28-I-2012


Cresce soltanto la povertà

Indagine sui redditi degli Italiani

Una indagine Bankitalia rivela che i redditi non crescono e i poveri costituiscono ormai il 14,4% (40% tra gli immigrati). Peggiora la distribuzione della ricchezza: al 10% della popolazione quasi il 50% del totale …Roberto Tesi, Il Manifesto, 24-I-2012



APPELLO

L'Università che vogliamo

Il sapere tecnoscientifico, da sé, interamente finalizzato alla crescita economica e senza un progetto equo e solidale di società, privo della luce della cultura critica, è destinato a fallire. Inseguire gli Usa su questa strada è aberrante. La crisi in cui versa il mondo rivela l'erroneità irrimediabile di una strategia da cui bisogna uscire al più presto.

Per questa ragione, i firmatari del presente Manifesto indicano i punti programmatici cui dovrebbe ispirarsi un progetto di università che avvii la fuoriuscita dal modello liberistico di un'Europa ormai sull'orlo del collasso.

L'Università italiana sopravvive, difficoltosamente, in una condizione di disagio e di crescente emarginazione che ha pochi termini di confronto nella storia recente. Essa ha visto fortemente ridotte le risorse economiche per il suo funzionamento, molto prima che si manifestasse la crisi mondiale e malgrado le modeste dotazioni di partenza rispetto agli altri Paesi industrializzati. Tutti i saperi umanistici e buona parte delle scienze sociali sono da tempo sfavoriti, a beneficio di discipline che si immaginano più direttamente utili alla crescita economica, o genericamente al "mercato".

Si tratta di una tendenza in atto da anni che ci accomuna all'Europa e a larga parte del mondo. A tutti gli insegnamenti viene richiesto di fornire un sapere utile,

trasformabile in valore di mercato, altrimenti sono ritenuti economicamente non sostenibili. Perciò oggi si sta scatenando negli atenei la definizione dei "criteri di valutazione", al fine di misurare la "produttività" scientifica degli studiosi, come si misura una qualsivoglia quantità calcolabile. Anche per questo, le università europee sono sotto l'assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, che soffocano i docenti in pratiche quotidiane di interpretazione e applicazione quasi sempre di breve durata. Sempre minore è il tempo per gli studi e la ricerca, mentre la vita quotidiana di chi vive nelle facoltà - docenti, studenti, personale amministrativo - è letteralmente soffocata da compiti organizzativi interni mutevoli, spesso di difficile comprensione, quasi sempre pleonastici. (continua nella sezione Rassegna stampa)

Piero Bevilacqua e Angelo d'Orsi (Un. La Sapienza di Roma e Un. di Torino)

Per aderire inviare una e-mail a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. specificando disciplina e sede lavorativa



Semplificare senza sacrifici

Vi sono due punti nel decreto sulle liberalizzazioni che meritano d´essere sottolineati per il loro notevole significato di principio. Il primo riguarda l´eliminazione della norma che, vietando ai Comuni di costituire aziende speciali per la gestione del servizio idrico, contrastava visibilmente con il risultato del referendum sull´acqua come bene comune. Abbandonando questa via pericolosa e illegittima, il governo non ha ceduto ad alcuna pressione corporativa ma ha fatto il suo dovere, rispettando la volontà di 27 milioni di cittadini. Certo, la costruzione degli strumenti istituzionali necessari per dare concretezza alla categoria dei beni comuni incontrerà altri ostacoli nel modo in cui lo stesso decreto disciplina nel loro insieme i servizi pubblici. Ma il disconoscimento di una volontà formalmente manifestata con un voto avrebbe gravemente pregiudicato il già precario rapporto tra cittadini e istituzioni, inducendo ancor di più le persone a dubitare dell´utilità di impegnarsi nella politica usando tutti i mezzi costituzionalmente legittimi. Vale la pena di aggiungere che questa scelta può essere valutata considerando anche l´annuncio del ministro Passera relativo all´assegnazione delle frequenze, da lui definite nella conferenza stampa come “beni pubblici” di cui, dunque, non si può disporre nell´interesse esclusivo di ben individuati interessi privati. Senza voler sopravvalutare segnali ancora deboli, si può dire che il ricco, variegato e combattivo movimento per i beni comuni non solo ha riportato una piccola, importante vittoria, ma ha trovato una legittimazione ulteriore per proseguire nella sua azione.

Questa associazione tra acqua e frequenze non è arbitraria, poiché la ritroviamo nelle proposte della Commissione ministeriale sulla riforma dei beni pubblici. Si dovrebbe sperare che i partiti non continuino soltanto a fare da spettatori alle gesta del governo, ma comincino a rendersi conto delle loro specifiche responsabilità. Tra queste, oggi, vi è proprio quella che riguarda una nuova disciplina dei beni, per la quale già sono state presentate proposte in Parlamento, e che è indispensabile perché le categorie dei beni corrispondano a una realtà economica e sociale lontanissima da quella che, sessant´anni fa, costituiva il riferimento del codice civile. Se questa riforma fosse stata già realizzata, non sarebbe stata possibile la vergogna del “beauty contest” sulle frequenze. E ci risparmieremmo molte delle approssimazioni su una via italiana al risanamento che contempli massicce dismissioni di beni pubblici, quasi che la loro vocazione sia solo quella di far cassa e non la realizzazione di specifiche finalità che le istituzioni pubbliche non possono abbandonare.

(continua nella sezione Rassegna stampa) Stefano Rodotà, 23/01/2012, triskel182

 


Riceviamo e pubblichiamo

CVM Comunità Volontari per il Mondo con FOCSIV

in occasione del 40esimo anniversario di nascita della Federazione

presenta la 3° edizione della tavola rotonda

IMMIGRAZIONE E INTEGRAZIONE

“Immigrazione, lavoro e sviluppo”


Mercoledì 1 febbraio  2012 ore 17.30  Teatro Marrucino – Chieti

Sono 4.570.317 gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2011, 335 mila in più rispetto all'anno precedente (+7,9%). In Abruzzo, nell’ultimo anno, si è registrata una crescita della presenza di immigrati dell'9,6% con un totale di 80.987 mila residenti stranieri. I numeri delle presenze ovviamente aumentano in maniera esponenziale se si prendono in considerazione anche i cittadini stranieri non in regola con il permesso di soggiorno. I dati emersi lo dicono chiaramente, anche nella nostra regione, sempre più sta emergendo una società estremamente composita e multietnica, dove si incontrano volti, linguaggi, usanze, storie, sapori, appartenenti a culture diverse. La terza edizione della tavola rotonda che quest’anno affronterà il tema “Immigrazione, lavoro e Sviluppo”, analizzerà il rapporto tra le politiche di occupazione, le politiche migratorie e le politiche di cooperazione allo sviluppo e proporrà una progettualità concreta che renda possibile percorsi di migrazione che siano fattore di sviluppo per le persone, per le comunità e per i paesi di origine. Ospiti d’eccezione saranno: GAD LERNER, giornalista televisivo, BRUNO FORTE, arcivescovo di Chieti – Vasto e teologo, JEAN PAUL POUGALA, imprenditore, scrittore e docente di Geopolitica e di Sociologia all'Université de la Diplomatie di Ginevra, miglior imprenditore straniero in Italia del 2011 e GIANFRANCO CATTAI presidente FOCSIV. Daranno il loro contributo per le conclusioni come ogni anno anche due politici locali, il Sen. GIOVANNI LEGNINI, presente a tutte le edizioni e il sindaco di Chieti, UMBERTO DI PRIMIO.

La tavola rotonda, patrocinata dalla Presidenza del Consiglio della Regione Abruzzo, dal Comune, dalla Provincia, dalla Prefettura e dall’Università “G. D’Annunzio” di Chieti, promossa in collaborazione con la Caritas dell’Arcidiocesi di Chieti Vasto e la Migrantes regionale sarà moderata dal dr. Filippo Di Giovanni, della Caritas Diocesana di Chieti. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


 

Per il giorno della Memoria


Lunedì 23 gennaio 2012, ore 16,30


Aula magna del Liceo Ginnasio “G. B. Vico”- Chieti



Proiezione del film Tarda Estate


Testimonianze sulla II Guerra Mondiale
di Gianni e Valeria Di Claudio


Interviene Ermando Parete
sopravvissuto al campo di concentramento di Dachau



Legge 20 luglio 2000, n. 211:
La Repubblica riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli Italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di stermino, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

A cura dell’Associazione Chieti nuova 3 febbraio, in collaborazione con l’Istituto Tecnico “F. Galiani”, l’Istituto di Studi Superiori “G. B. Vico”, l’Agenzia di promozione Culturale Regione Abruzzo-Chieti, l’ANCE-Giovani Imprenditori-Chieti,  la Confesercenti, l’associazione UNITRE. Aderisce l’Istituto Magistrale “Isabella Gonzaga”



Ricordo del tenente Carlo Cavorso internato nei lager nazisti

Suscitano amare riflessioni le esequie del prof. Carlo Cavorso, deceduto il 29 dicembre u.s. all’età di 94 anni. Era noto ai concittadini come stimato docente, avendo insegnato per moltissimi anni Ragioneria nell’Istituto Tecnico Commerciale “Ferdinando Galiani” di Chieti, e come fratello di Nicola Cavorso, partigiano della Banda Palombaro, fucilato con altri otto combattenti a Colle Pineta di Pescara l’11 febbraio 1944; ma pochissimi conoscono la drammatica esperienza della sua prigionia durante la seconda guerra mondiale. Conservava preziosi e interessanti documenti riguardanti la propria famiglia, la vicenda sua e del fratello, i processi ai collaborazionisti celebrati nel dopoguerra. In anni recenti li ha messi generosamente a disposizione degli studiosi interessati ad approfondire la storia della Resistenza a Chieti e in provincia. Chi scrive lo ha intervistato due volte: la prima, il 28 ottobre 2004, per mettere a fuoco la vicenda di Nicolino (l’attività come partigiano; l’arresto con la madre, la zia e una cugina; le torture; la prigionia nell’ex carcere di S. Francesco da Paola; il tentativo di fuga; il processo in un’aula del municipio; le due ultime lettere alla madre; la condanna a morte; la fucilazione; il ritrovamento dei corpi; l’erezione del cippo sul luogo del martirio); la seconda, il 5 novembre 2007, per la narrazione della sua vicenda come internato nei lager; una vicenda che non va dimenticata, ma resa pubblica, affinché sia oggetto di riflessione e parli alle coscienze dei concittadini. Nell’intervista il professore l’ha raccontata con tono pacato e apparentemente distaccato, senza enfasi e autoesaltazione. (continua nella sezione Riceviamo e pubblichiamo) Filippo Paziente


Riceviamo e pubblichiamo

Oggi potrebbe essere il giorno in cui salviamo la libertà di internet

Il Congresso americano era sul punto di adottare una legge che avrebbe dato ai funzionari il potere di proibire l'accesso a qualunque sito internet in qualunque parte del mondo. Ma dopo che abbiamo consegnato la nostra petizione di 1 milione e 250 mila firme alla Casa Bianca, questa si è schierata contro la legge e con una pressione pubblica in ebollizione anche alcuni sostenitori della legge hanno cambiato posizione. La protesta guidata da Wikipedia ha sbattuto la protesta sulle prime pagine dei giornali.

Stiamo invertendo il corso di questa storia. Ma i poteri forti che spingono per la censura stanno facendo di tutto per mandare in porto la legge. Affondiamola oggi una volta per tutte: clicca per firmare questa petizione urgente per salvare internet e se hai già firmato manda email, telefona, usa Facebook e Twitter per farti sentire dal Congresso e dalle lobby. Poi inoltra questo messaggio a tutti:

http://www.avaaz.org/it/save_the_internet_action_center_b/?vl

Questa legge trasformerebbe gli Stati Uniti nel peggiore censore di internet al mondo, unendosi nelle classifiche a paesi come Cina e Iran. La legge per fermare la pirateria online (SOPA) e la legge per proteggere l'IP (PIPA) darebbero al governo americano il potere di bloccare chiunque di noi dall'accedere a siti come YouTube, Google o Facebook.

Siamo riusciti a far cambiare posizione alla Casa Bianca e ora la nostra campagna globale e la crescente pressione dell'opinione pubblica stanno costringendo il Congresso ad accantonare la legge. Lo scorso finesettimana il senatore Cardin, copromotore della legge, ha annunciato che voterà contro!

Solo pochi giorni fa ci dicevano che era impossibile fermare il complotto censorio delle multinazionali, ma ora siamo a un punto di svolta e potremmo portare a casa una vittoria mozzafiato! Fermiamo oggi la censura americana. Firma questa petizione urgente per salvare internet adesso e inoltrala a tutti:

http://www.avaaz.org/it/save_the_internet_action_center_b/?vl

Questa legge americana potrebbe calpestare le libertà di tutti noi. Ma se vinceremo dimostreremo che quando le persone si uniscono da tutte le parti del mondo sotto un'unica voce, insieme possiamo fermare l'abuso di potere ovunque. Siamo riusciti a portare questa legge davanti a un baratro: ora, se riusciremo ad aumentare le nostre voci oggi, potremo porre fine al più grande pericolo di censura su internet che il mondo abbia mai visto prima.

Con speranza
Dalia, Ian, Alice, Ricken, Diego, David e il team di Avaaz

 

 


Operazione "Caligola"

 


Consulenze in cambio di appalti
Nuovo arresto per Lamberto Quarta
Indagato anche Alfredo Castiglione

PESCARA. Stamattina la Squadra Mobile di Pescara, sotto la direzione della Procura della Repubblica di L’Aquila (procuratore Alfredo Rossini e pm Antonietta Picardi), ha dato esecuzione a sette misure cautelari.
Il gip che ha firmato l’ordinanza è Marco Billi. In manette Lamberto Quarta (già arrestato il 14 luglio del 2008 nell’ambito dell’inchiesta Sanitopoli) in qualità di consulente della società Ecosfera, Duilio Gruttadauria, nato a Caltanissetta nel 1950, domiciliato a Carsoli, presidente del consiglio d’amministrazione e socio della società Ecosfera Gruppo spa con sede in Roma.
Poi ancora sono stati arrestati Anna Maria Teodoro, moglie di Gruttadauria, socio della società Ecosfera Gruppo spa, Giovanna Andreola, dirigente del Servizio Attività Internazionali presso la Regione Abruzzo, Michele Galdi, marito di Andreola, Corrado Troiano socio della società Cyborg srl con sede a Chieti, Mario Gay, vice presidente dell'Osservatorio Interregionale Cooperazione Sviluppo (OICS) con sede in Roma.
I primi quattro sono destinatari della misura della custodia cautelare in carcere, mentre gli altri tre della misura degli arresti domiciliari.
Gruttadauria, Teodoro, Quarta, Andreola, Galdi e Troiano sono indagati per il reato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione aggravata, Gay è indagato per il reato di corruzione aggravata. Gruttadauria, Teodoro, Quarta, Andreola e Gay devono rispondere anche del reato di falso in atti pubblici e occultamento di atto pubblico.
Le complesse attività d’indagine, condotte anche con l’ausilio di numerose intercettazioni telefoniche ed ambientali, hanno consentito di accertare l’esistenza di un’associazione criminale tesa a condizionare l’affidamento di commesse pubbliche in cambio di contropartite economiche consistenti in contratti di consulenza e/o assunzioni clientelari.
In particolare, gli illeciti accertati sono inerenti alla fraudolenta aggiudicazione in favore di Ecosfera di una pubblica gara per “l’affidamento in appalto del servizio di valutazione in itinere del programma di Cooperazione transfrontaliera Ipa Adriatico 2007 – 2013” pubblicata in data 28.12.2010 dall’Osservatorio Intteregionale; inoltre, sono inerenti anche ad altre vicende tra cui l’assegnazione di una commessa relativa alla realizzazione di un programma applicativo (software) per il monitoraggio del POR-FERS 2007-2013 in favore della Cyborg srl, un’altra società che, al pari di Ecosfera, è stata oggetto di indagine.
La società Ecosfera negli ultimi 10 anni è stata molto presente nella nostra regione lavorando soprattutto con la amministrazioni pubbliche… PrimaDaNoi, 16-I-2012



Riceviamo e pubblichiamo

Comunicato stampa del 18 gennaio 2012


GIÙ LE MANI DALL’ACQUA E DALLA DEMOCRAZIA:
IL MIO VOTO VA RISPETTATO


Il Comitato locale Acqua e Beni Comuni  di Chieti invita i 25.000 cittadini (24.873 per il primo quesito; 25.124 per il secondo: ben oltre la metà degli elettori del capoluogo) che hanno votato Sì ai due referendum sull’acqua  a prendere coscienza del fatto che quella eccezionale vittoria democratica rischia di essere vanificata per effetto delle cosiddette liberalizzazioni programmate dal Governo Monti. Nel caso dell’acqua “liberalizzare” significa regalare ai privati un bene comune in regime di monopolio di fatto.
In Abruzzo la gestione dell’acqua è oggi affidata a una legge regionale, assurdamente varata alla vigilia del referendum, senza aspettarne l’esito, e comunque mal costruita. Sulla base di quella legge Chieti, insieme a diversi altri Comuni della sua provincia e ad alcuni Comuni del Teramano, non può esprimere il proprio voto sulla gestione e programmazione del Servizio Idrico Integrato. Nell’assemblea dei sindaci (ASSI) della Provincia di Chieti il Comune di Chieti non ha potuto votare il Piano d’Ambito che programma gli investimenti sino al 2027 perché la SpA a capitale pubblico che gestisce il servizio nel territorio teatino, la SASI, non fornisce acqua al capoluogo. Ma il Comune di Chieti non ha voto neppure nell’ASSI di Pescara, perché è in un’altra provincia, benché sia il gestore del pescarese, l’ACA, a rifornirla! Gestione e investimenti condizionati per quasi trent’anni con un capoluogo di provincia nonché città tra le più popolate d’Abruzzo impossibilitata a far pesare le proprie scelte: ci si aspetterebbe una fiera protesta e invece nelle più recenti assemblee SASI (a Santa Maria Imbaro per il Chietino e a Pescara) il Comune di Chieti ha brillato per la sua assenza. (continua in Riceviamo e pubblichiamo) Comitato ACQUA E BENI COMUNI CHIETI - Il portavoce Luciano Di Tizio



SALVIAMO IL REFERENDUM DELL’ACQUA

TRADIMENTO MONTI


Era il 13 giugno , esattamente 7 mesi fa ,quando 26 milioni di italiani/e sancivano l’acqua bene comune :”Ubriachi eravamo di gioia… le spalle cariche dei propri covoni!(Salmo,126)
E oggi,13 gennaio ritorniamo a “seminare nel pianto...” (Salmo,126) perché il governo Monti vuole privatizzare la Madre.
Sapevamo che il governo Monti era un governo di banche e banchieri, ma mai ,mai ci saremmo aspettati che un governo ,cosidetto tecnico, osasse di nuovo mettere le mani sull’acqua, la Madre di tutta la vita sul pianeta.
E’ quanto emerge oramai con chiarezza dalla fase 2  dell’attuale  governo, che impone le liberalizzazioni in tutti i settori.Infatti le dichiarazioni di ministri e sottosegretari, in questi ultimi giorni, sembrano indicare che quella è la strada anche per l’acqua.
Iniziando con le affermazioni di A.Catricalà, sottosegretario alla Presidenza, che ha detto che l’acqua è uno dei settori da aprire al mercato.E C.Passera, ministro all’economia,ha affermato :”Il referendum ha fatto saltare il meccanismo che rende obbligatoria la cessione ai privati del servizio di gestione dell’acqua, ma non ha mai impedito in sé la liberalizzazione del settore.” E ancora più spudoratamente il sottosegretario all’economia G.Polillo ha rincarato la dose: “Il referendum sull’acqua è stato un mezzo imbroglio. Sia chiaro che l’acqua è e rimane un bene pubblico.E’ il servizio di distribuzione che va liberalizzato.”E non meno clamorosa è l’affermazione del ministro dell’ambiente C.Clini:”Il costo dell’acqua oggi in Italia non corrisponde al servizio reso…..La gestione dell’acqua come risorsa pubblica deve corrispondere alla valorizzazione del contenuto economico della gestione.”
Forse tutte queste dichiarazioni preannunciavano il decreto del governo (che sarà votato il 19 gennaio) che all’art.20 afferma che il servizio idrico- considerato servizio di interesse economico generale- potrebbe essere gestito solo tramite gara o da società per azioni, eliminando così la gestione pubblica del servizio idrico. Per dirla ancora più semplicemente, si vuole eliminare l’esperienza che ha iniziato il Comune di Napoli che ha trasformato la società per azioni a totale capitale pubblico(ARIN ) in ABC (Acqua Bene Comune-Ente di diritto pubblico).
E’ il tradimento totale del referendum che prevedeva la gestione pubblica dell’acqua senza scopo di lucro .E’ il tradimento del governo dei professori.E’ il tradimento della democrazia.
Per i potentati economico-finanziari italiani l’acqua è un boccone troppo ghiotto da farselo sfuggire.Per le grandi multinazionali europee dell’acqua(Veolia,Suez,Coca-Cola…) che da Bruxelles spingono il governo Monti verso la privatizzazione, temono e tremano per la nostra vittoria referendaria,soprattutto il contagio in Europa.
“Un potere immorale e mafioso –ha giustamente scritto Roberto Lessio, nel suo libro All’ombra dell’acqua- si sta impossessando dell’acqua del pianeta.E’ in corso l’ultima guerra per il possesso finale dell’ultima merce:l’acqua.Per i tanti processi di privatizzazione dei servizi pubblici in corso, quello dell’accesso all’acqua è il più criminale.Perchè è il più disonesto, il più sporco, il più pericoloso per l’esistenza umana.”
Per questo dobbiamo reagire tutti con forza a tutti i livelli, mobilitandoci per difendere l’esito referendario, ben sapendo che è in gioco anche la nostra democrazia.
Chiediamo al più presto una mobilitazione nazionale, da tenersi a Roma perché questo governo ascolti la voce di quei milioni di italiani/e che hanno votato perché l’acqua resti pubblica .
Chiediamo altresì che il governo Monti riceva il Forum italiano dei movimenti per l’acqua,ciò che ci è stato negato finora.
Rilanciamo con forza la campagna di “obbedienza al referendum” per trasformare le Spa in Ente di diritto pubblico(disobbedendo così al governo Monti).
Sollecitiamo i Comuni a manifestare la propria disobbedienza alla privatizzazione dell’acqua con striscioni e bandiere dell’acqua.
E infine ai 26 milioni di cittadini/e di manifestare il proprio dissenso esponendo  dal proprio balcone ,uno striscione con la scritta :”Giù le mani dall’acqua”!
In piedi , popolo dell’acqua!
Ce l’abbiamo fatta con il referendum, ce la faremo anche adesso !
E di nuovo la nostra bocca esploderà di gioia (Salmo,126).
Alex Zanotelli,  Napoli, 13 gennaio 2012

 


Riceviamo e pubblichiamo

 

APPELLO GIÙ LE MANI DALL’ACQUA

E DALLA DEMOCRAZIA!


(124 firmatari)

Il 12 e 13 giugno scorsi 26 milioni di donne e uomini hanno votato per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e per la sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.

Le stesse persone hanno votato anche la difesa dei servizi pubblici locali dalle strategie di privatizzazione: una grande e diffusa partecipazione popolare, che si è espressa in ogni territorio, dimostrando la grande vitalità democratica di una società in movimento e la capacità di attivare un nuovo rapporto tra cittadini e Stato attraverso la politica.

Il voto ha posto il nuovo linguaggio dei beni comuni e della partecipazione democratica come base fondamentale di un possibile nuovo modello sociale capace di rispondere alle drammatiche contraddizioni di una crisi economico-finanziaria sociale ed ecologica senza precedenti.

A questa straordinaria esperienza di democrazia il precedente Governo Berlusconi ha risposto con un attacco diretto al voto referendario, riproponendo le stesse norme abrogate con l’esclusione solo formale del servizio idrico integrato.

Adesso, utilizzando come espediente la precipitazione della crisi economico-finanziaria e del debito, il Governo guidato da Mario Monti si appresta a replicare ed approfondire tale attacco attraverso un decreto quadro sulle strategie di liberalizzazione che vuole intervenire direttamente anche sull’acqua, forse addirittura in parallelo ad un analogo provvedimento a livello di Unione Europea che segua la falsariga di quanto venne proposto anni addietro con la direttiva Bolkestein. In questo modo si vuole mettere all’angolo l’espressione democratica della maggioranza assoluta del popolo italiano, schiacciare ogni voce critica rispetto alla egemonia delle leggi di mercato ed evitare che il “contagio” si estenda fuori Italia.

Noi non ci stiamo.

L’acqua non è una merce, ma un bene comune che appartiene a tutti gli esseri viventi e a nessuno in maniera esclusiva, e tanto meno può essere affidata in gestione al mercato.

I beni comuni sono l’humus del legame sociale fra le persone e non merci per la speculazione finanziaria.

Ma sorge, a questo punto, una enorme e fondamentale questione che riguarda la democrazia: nessuna “esigenza” di qualsivoglia mercato può impunemente violare l’esito di una consultazione democratica, garantita dalla Costituzione, nella quale si è espressa senza equivoci la maggioranza assoluta del popolo italiano.

Chiediamo con determinazione al Governo Monti di interrompere da subito la strada intrapresa.

Chiediamo a tutti i partiti, a tutte le forze sociali e sindacali di prendere immediata posizione per il rispetto del voto democratico del popolo italiano.

Chiediamo alle donne e agli uomini di questo paese di sottoscrivere questo appello e di prepararsi alla mobilitazione per la difesa del voto referendario.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

Firma anche Tu



Non guardate il dito, guardate la Luna


E tenete la mano sul portafoglio. Perché questo 2012, anche lasciando stare i Maya, preannuncia grosse sorprese.

Qui vi espongo alcune cifre, che sembrano spiegare bene cos’è il dito e cos’è la Luna.

Il dito siamo noi, l’Europa. Che è stata appena bombardata. Gli stormi di bombardieri della Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch hanno appena affondato la Grecia e colpito altri sette paesi europei: Francia, Italia, Austria, Spagna, Portogallo, Cipro, Malta, Slovacchia e Slovenia. Lesionata l’Ungheria, che sta per affondare anche se è fuori dall’Euro.

Tutti guardano il dito e pensano: ahinoi, stiamo affondando tutti! I bond greci a un anno, alla fine di luglio erano comprati e venduti al tasso d’interesse del 40%. Adesso gli stessi richiedono il pagamento di un interesse del 396%. Addio Grecia. I possessori dei titoli del debito privato greco, nel frattempo, alla chetichella, li hanno venduti quasi tutti agli hedge funds, i cui proprietari sono gli avventurieri irrintracciabili con sedi nei paradisi fiscali protetti da Londra. Ogni negoziato con loro è praticamente impossibile. La Grecia è fallita.

Gli altri europei sono stati messi in fila allo stesso sportello fallimentare. Anche la Francia affonda. L’asse franco-tedesco si rompe per decisioni prese oltre Atlantico. Si salvi chi può! Probabilmente è vero.

Ma sarebbe utile dare un’occhiata ai bombardieri. Che hanno preso il volo da Wall Street e Londra. E lassù stanno peggio. Il Governo Federale degli Stati Uniti deve chiedere un nuovo prestito di 6,2 trilioni di dollari prima della fine del mandato di Barack Obama. Il debito americano è aumentato di 15 volte negli ultimi trent’anni. So bene che Washington si stampa i dollari che vuole. Ma questo debito aumenta, ogni anno di un trilione di dollari. Cioè mille miliardi. La barca Usa naviga in acque torbide, dove – se si fa la somma di tutti i debiti, pubblici, privati, delle imprese – ogni famiglia americana deve pagare un debito medio di 683.000 dollari.

Non reggerà a lungo. Forse non regge più neppure per tutto il 2012. Segnali di scricchiolio sono molti. Il più grosso, e visibile, è che i possessori di certificati di credito del tesoro americano (stranieri, chi saranno? E in quali monete li stanno scambiando?) stanno cominciando a vendere il debito americano su tutte le piazze. Poco per volta, è vero. Ma quel poco comincia a vedersi. Nelle ultime sei settimane sono stati venduti ben 85 miliardi di dollari di quel debito. Non si era mai verificato un evento del genere nell’era della globalizzazione.

Resta da vedere se, e quando, i bombardieri della squadriglia Standard & Poor’s sia alzeranno per bombardare questo debito. E quanto costerà, di interessi, al Tesoro americano.

Non se ne esce. O, forse, se ne esce con una grossa guerra, in cui un’Europa in ginocchio sarà trascinata per i capelli. Ecco, guardate la Luna. Probabilmente ci vedrete, rispecchiate in trasparenza, Damasco e Teheran. Giulietto Chiesa, Il Fatto Quotidiano, 15-I-2012



LETTERE PER L’AREA UMANISTICA


MARGHERITA HACK
INCONTRA GLI STUDENTI
DELLA FACOLTA’ DI LETTERE


venerdì 20 gennaio, alle ore 18,00, presso l’Auditorium del Rettorato, Chieti

L’incontro è aperto al pubblico




 

18 e 19 gennaio 2012, ore 18,30


Agenzia di Promozione Culturale - Regione Abruzzo
via della Liberazione, 32 - Chieti


Conversazioni sul Linguaggio dell’Economia


con Giorgio Bellelli e Gaetano Natelli



Salviamo il mandarino

 

 

Immaginiamo un mondo dove, come moneta, venissero usate formule invece che banconote. I ricchi sarebbero matematici e fisici mentre il resto della popolazione arrancherebbe senza speranza, tra equazioni incomprensibili.

Quando ho capito il potere di internet mi sono messo a studiare il computer, ed ora me la cavo. Quando ho capito il potere dei media, mi sono messo a studiare comunicazione, ed ora nessuno mi prende più per i fondelli. Quando ho capito il potere della finanza mi sono messo a studiare economia, ma qui segno il passo.

La materia è complessa e sono appena arrivato a comprendere cos’è il signoraggio, o la riserva frazionaria, o come è fatto un derivato. Poco per difendermi. Del resto, diversi politici, intervistati, hanno dimostrato di non sapere cos’è uno spread. Non c’è da vergognarsi. Solo da aver paura.

Era così anche ai tempi di Rockefeller, ma oggi ci sono la deregulation e la libera circolazione dei capitali. Come carico aggiuntivo, i politici sono più ignoranti. Anno dopo anno, il lavoro ha perso importanza, come mezzo di emancipazione, rendendo tutti noi più fragili e più vasi di coccio tra i furboni svelti di riflessi, in grado di capire i meccanismi. (continua in rassegna stampa) Giancarlo Cascini, medico italiano a Baghdad

 


Memoria Cortina

 

Nei paesi seri non c’è bisogno di spiegare la differenza fra guardie e ladri, perché nessuno (a parte i ladri) difende i ladri. Invece nel Paese di Sottosopra, come lo chiamava Bocca, sgovernato per nove anni su 17 da un noto evasore che giustificava l’evasione, il direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera deve discolparsi dall’accusa di leso Caimano per aver dichiarato “se si dice che evadere è giusto non siamo un paese civile”. E Monti fa notizia perché rammenta quella che in un altro paese sarebbe un’ovvietà – sono gli evasori a “mettere le mani nelle tasche degli italiani” – e solidarizza con la Guardia di Finanza per i sacrosanti blitz a Cortina e a Portofino.

Intanto il primo partito della sua maggioranza solidarizza con gli evasori. Ma non potendolo dire esplicitamente (gli elettori sono nervosetti), si arrampica sugli specchi della logica per tener buoni sia gli evasori sia gli onesti. Quattro passi nell’ultimo delirio.

Fabrizio Cicchitto: “Si criminalizza un’intera città a scopi ideologici, politici e mediatici”. Anche se è Cicchitto, prendiamo sul serio le sue parole: quale sarà mai l’ideologia politica della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate, i cui vertici li ha nominati il governo B.? Bolscevichi in divisa grigia? Mistero.

Osvaldo Napoli/1: “Non è vero che il contribuente onesto non ha nulla da temere. Gli accertamenti con metodi polizieschi colpiscono a caso e nella rete finiscono spesso contribuenti onesti”. E come dovrebbero essere gli accertamenti di una forza di polizia, se non polizieschi? E come fa un contribuente onesto a finire nella rete degli evasori? Risposta: non pagando le tasse.

Napoli/2: “L’Italia non è un popolo di evasori. Non c’era bisogno di arrivare fino a Cortina, bastava scendere nel bar sotto casa per scovare l’evasore”. Lievissima contraddizione: se basta scendere nel bar sotto casa, allora siamo un popolo di evasori.

Napoli/3: “Se il fisco si toglie l’elmo e invece della sciabola impugna il pc e anziché invadere le strade di Cortina invita nei suoi uffici i contribuenti, la guerra all’evasione diventerebbe un accordo fra uno Stato vigile e dialogante e un contribuente meno reticente”. Ecco: si invita l’evasore in ufficio, gli si offre il tè coi pasticcini e si apre un dialogo per accordarsi: facciamo a mezzo? (continua in rassegna stampa) Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 8-I-2012



Cattivi maestri

Piccolo ripasso. Vediamo se in tanti anni di ammonimenti, ditini alzati, lezioncine dei campioni della legalità, severe rampogne sul senso dello Stato e velate minacce di chiamare i caramba, abbiamo imparato qualcosa. Proviamo così: «Basta con il superficiale giustificazionismo di comportamenti delinquenziali»! Non male, eh?
Oppure anche così: «Non si fornisca giustificazione a chi infrange la legge in nome di un'ideologia»! Vado bene? Ancora: «Prosciughiamo l'acqua in cui nuotano questi malefici pesci!». Questa piace sempre, no? Bene, non ci crederete, ma erano anni che sognavo di dire frasi come queste. E se ora le posso finalmente pronunciare, anche con quel tono di ammonimento drammatico che certe parole meritano, è perché si è diffusa nell'aria - la mefitica aria del paese - una strabiliante spirale di idiozia.
Un filo che lega Cicchitto inviperito per «l'azione politica» del fisco, alla Santanché disperata perché «si criminalizza la ricchezza» (ah, ah!), a Piero Ostellino che perde il sonno perché teme che la lotta all'evasione diventi lotta di classe (che tenerezza!). Aggiungete alcuni pupazzi minori tipo Osvaldo Napoli («Stato strozzino») o Francesco Pionati («Odio giacobino e qualunquistico contro l'evasione»), e avrete il simpatico quadretto di famiglia di chi giustifica qualche centinaio di fuorilegge che dichiarano come un bracciante e girano in Ferrari. Ora mi chiedo: essendo di fatto l'evasione fiscale una rapina ai miei danni, posso denunciare in sede penale chi la blandisce, la giustifica, la difende e se la coccola? Forse no, anche se per certi casi il concorso morale ci starebbe tutto. Però nessuno mi impedisce di additare al pubblico ludibrio certi "cattivi maestri" (wow! anche questa aspettavo di dirla da anni, che goduria!) che con i loro arzigogoli ideologici fanno da sponda a certe forme di delinquenza particolarmente odiose. Non abbiano spazio, non scrivano sui giornali, vengano emarginati! Non sarà la lotta di classe che teme Ostellino (magari!), ma un piccolo contrappasso sì. Godiamocelo. Alessandro Robecchi, Il Manifesto, 08-I-2012

 


Basta palliativi, facciamo sul serio

Che la grave e attuale crisi sia di carattere economico e che quindi, con qualche buona ricetta, ora novella, ora ripetitiva (e di medici ce ne sono a bizzeffe), possa risolversi, è un postulato privo di fondamento. Il problema per l'Europa, se non vuole catastroficamente scomparire, è soprattutto politico.
Infatti, il capitalismo finanziario globale è riuscito a creare quello che Carl Schmitt aveva definito «lo Stato di eccezione», dove il diritto è sospeso, sicché, con l'aiuto delle teorie e delle pratiche della deregolamentazione, si abbandonano tutte le regole e si giustificano, per l'emergenza, pratiche anche non democratiche. Non è un caso che il presidente americano Obama prenda misure per evitare quel che egli stesso ha definito «terrorismo finanziario» di ignota identità, e che altri han rievocato come «la prossima Pearl Harbour». Ebbene, «lo Stato d'eccezione» corrisponde alla decadenza dello Stato di diritto, come emanatore di leggi giuste, ispirate al bene comune. Esso infatti è costretto, in un attanagliante paradosso, ad accettare una serie innumerevole di norme illegittimamente dettate da altri, che rendono, nella situazione attuale, più difficoltosa l'uscita dalla crisi e anzi l'aggravano, con derive recessive. È così che, invece di leggi giuste, siamo alluvionati da catastrofi normative sempre più complesse e di sempre più incerta e difficile interpretazione.

(continua nella sezione "Rassegna stampa") Guido Rossi, Il Sole 24 ore, 8-I-2012



Un declino che viene da lontano

L'inizio del declino italiano ha una data esatta ed è il 26 dicembre 1991. Quel giorno si sciolse ufficialmente l'Unione sovietica e finì la Guerra Fredda. Con la guerra fredda finì anche quella che potremmo chiamare l'eccezione italiana. Perché per 35 anni l'Italia era stata la frontiera geografica e politica dell'impero occidentale. Frontiera geografica (orientale) perché il blocco sovietico cominciava proprio sull'altra riva dell'Adriatico. Frontiera politica perché il Pci era il più forte partito comunista dell'Occidente. Quindi tutto fu messo in opera (e tutto fu consentito) perché l'Italia americana fosse una «success story».
Da qui il miracolo economico, da qui la straordinaria stabilità politica di un regime sostanzialmente monopartitico (i gabinetti cadevano sì uno dopo l'altro, ma a rotazione le poltrone erano occupate sempre dagli stessi).
D'altronde l'Italia non era sola: anche il Giappone si trovava in una situazione analoga: anch'esso era uno dei vinti della seconda guerra mondiale, anch'esso era una frontiera geografica dell'impero, stavolta occidentale, avendo dirimpetto Siberia e Cina. Anche in Giappone la sinistra era forte. Così non stupisce che i due paesi abbiano avuto per tutta la guerra fredda un destino parallelo: ambedue vissero un incredibile miracolo economico (il Giappone partiva da più in alto e quindi anche il suo miracolo lo portò più in alto); ambedue furono governati da un regime monopartitico (a Roma dalla Democrazia cristiana, a Tokyo dal Partito Liberal-democratico), ambedue erano caratterizzati da una forte commistione tra politica e criminalità (mafia in Italia, yakuza in Giappone).
E in ambedue i paesi il sistema entrò in crisi esattamente con la fine della guerra fredda: in Giappone esplose la bolla immobiliare e cominciò una recessione da cui non è ancora uscito; anche a Tokyo, come a Roma, il regime monopartitico entrò in crisi. A questi destini paralleli ha dedicato un volumone intitolato Machiavelli's Children: Leaders and their Legacy in Italy and Japan (2003) lo storico Richard J. Samuels della Cornell University.

(continua nella sezione "Rassegna stampa") Marco D'Eramo, Il Manifesto, 6-I-2012

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Dal Nord al Sud l’Italia dei corrotti "E la mazzetta fa salire lo spread"


Una tangente per poter vendere le merendine durante l'intervallo. Pagare per accorciare i tempi d'attesa della procreazione assistita. E ancora denaro per oliare le modifiche ai piani urbanistici. Storie come tante, in un Paese dove la mazzetta si continua a chiedere e a offrire. Tanto che a scorrere le cronache del 2011 si capisce perché la Corte dei conti stimi il costo annuale della corruzione per le casse dello Stato in 60 miliardi di euro. Risultato: nella classifica del Corruption perception index redatta ogni anno dall’organizzazione non governativa Transparency International l’Italia è scivolata nel 2011 dal 67esimo al 69esimo posto, seguita tra i Paesi dell’Unione europea solo dalla Grecia…
L’indicatore della corruzione precipita – spiega Maria Teresa Brassiolo, presidente di Transparency International Italia – influenza il rating del nostro Paese e quindi anche lo spread”. Come a dire: le conseguenze economiche delle tangenti sono più gravi di quanto si pensi. “Rispetto al resto del Continente – continua Brassiolo – in Italia è molto più diffusa la piccola corruzione”. I protagonisti del malcostume non sono quindi tanto i manager delle grandi multinazionali, poco numerose da noi, ma l’imprenditore locale, l’assessore del piccolo Comune, il consigliere della municipalizzata o il funzionario pubblico. Fenomeno che secondo Brassiolo dipende dal fatto che “in Italia c’è una tolleranza maggiore dei cittadini alle situazioni ingiuste e all’illegalità: sono in tanti a cercare di trarne vantaggio, senza scandalizzarsi”. A un cittadino, insomma, viene chiesta una mazzetta. E lui, anziché indignarsi e sporgere denuncia come accadrebbe in altri Paesi, spesso si accorda con la controparte.
A volte, però, qualcuno non ci sta. Come il pensionato novantenne che lo scorso aprile ha fatto arrestare in flagranza di reato un ufficiale giudiziario di Roma: gli aveva chiesto 200 euro come obolo per ottenere l’esecuzione di uno sfratto per morosità. In carcere, a dicembre, è finito pure Gianluca Carta, il geometra del Comune di Milano che ha chiesto alla griffe Bluemarine 2mila euro per un aiutino al permesso per aprire un negozio... Luigi Franco, Il Fatto Quotidiano, 4-I-2012


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