Patto giurato tra uomini liberi

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Patto giurato tra uomini liberi

Ecco la Resistenza. In essa rivivono, calandosi nella realtà della nuova storia, i valori della libertà e della giustizia, della indipendenza e della solidarietà tra i popoli. L’antifascismo non è solo opposizione al fascismo; è contrapposizione di un mondo di valori a un altro che ne è la negazione. Per questo esso non è «superato» e non è superabile.

In occasione del 25 aprile, pubblichiamo un bell’articolo di Gaetano Arfè, uscito su Patria Indipendente nell’aprile del 1985, ma particolarmente attuale.
Arfè, nato a Somma Vesuviana (Napoli) il 12 novembre 1925, deceduto a Napoli il 13 settembre 2007, è stato partigiano, storico, giornalista e uomo politico.
Non aveva ancora iniziato gli studi universitari quando, nel pieno del conflitto, decise di raggiungere la Valtellina per unirsi alla Resistenza. Nel 1944 entrò così in una formazione di “Giustizia e Liberta”, con la quale si batté sino alla Liberazione.
Ripresi gli studi (si laureò nel 1948 a Napoli in Lettere e Filosofia), si specializzò in Storia presso l’Istituto italiano di studi storici. L’Istituto era allora presieduto da Benedetto Croce, col quale il giovane era entrato in contatto sin dal 1942, restandone sicuramente influenzato. Dopo la guerra, Gaetano Arfè si era iscritto al Partito socialista, del quale sarebbe presto diventato un dirigente di rilievo. Negli anni Sessanta divenne funzionario degli Archivi di Stato; poco prima gli fu affidata la condirezione della rivista socialista Mondo Operaio, incarico che mantenne sino al 1971, mentre dal 1966 al 1976, diresse il quotidiano Avanti!.
Nel 1965, ottenuta la libera docenza in Storia contemporanea, cominciò ad insegnare a Bari e a Salerno finché, nel 1973, divenne titolare della cattedra di Storia dei partiti e dei movimenti politici presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze. L’attività accademica di Gaetano Arfè si sviluppò contemporaneamente a quella politica, le cui tappe essenziali furono: dal 1957 al 1982 membro del Comitato centrale e della Direzione del Psi; senatore socialista nel 1972; deputato nel 1976; deputato al Parlamento europeo nel 1979. Nel 1985 Gaetano Arfè lasciò il Psi, motivando la sua scelta nel libro “La questione socialista”, pubblicato nel 1986. L’anno successivo Arfè fu eletto, a Rimini, senatore come indipendente di sinistra. Tra i tanti suoi libri e saggi, meritano qui citazione almeno: “Storia dell’«Avanti!»”, del 1958 e, del 1965, “Storia del socialismo italiano 1892-1926”. Nel 1976, Gaetano Arfè ha pure fatto l’attore, rappresentando se stesso, nel film Don Milani di Ivan Angeli.
Nel 1965, ottenuta la libera docenza in Storia contemporanea, cominciò ad insegnare a Bari e a Salerno finché, nel 1973, divenne titolare della cattedra di Storia dei partiti e dei movimenti politici presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze. L’attività accademica di Gaetano Arfè si sviluppò contemporaneamente a quella politica, le cui tappe essenziali furono: dal 1957 al 1982 membro del Comitato centrale e della Direzione del Psi; senatore socialista nel 1972; deputato nel 1976; deputato al Parlamento europeo nel 1979. Nel 1985 Gaetano Arfè lasciò il Psi, motivando la sua scelta nel libro “La questione socialista”, pubblicato nel 1986. L’anno successivo Arfè fu eletto, a Rimini, senatore come indipendente di sinistra. Tra i tanti suoi libri e saggi, meritano qui citazione almeno: “Storia dell’«Avanti!»”, del 1958 e, del 1965, “Storia del socialismo italiano 1892-1926”. Nel 1976, Gaetano Arfè ha pure fatto l’attore, rappresentando se stesso, nel film Don Milani di Ivan Angeli.
La redazione


La caduta di Mussolini il 25 luglio del 1943 è il frutto di una manovra organizzata dai circoli militari e di corte e dalla dissidenza fascista.
A renderla possibile è la confluenza di fattori di varia natura, in quel momento convergenti.
C’è, da una parte, il malessere profondo – si può dire lo spirito di latente rivolta – del Paese stretto nella morsa della miseria e della fame, straziato dai micidiali bombardamenti aerei, umiliato nel suo sentimento nazionale dall’asservimento alla Germania nazista, diventato nel suo territorio campo di guerra. La protesta operaia, che ha avuto la sua più vistosa e coraggiosa espressione negli scioperi del marzo, aveva già dato al regime una potente spallata.
C’è, su altro versante – quello rappresentato dalla monarchia e dalle caste militari e burocratiche, dai potentati economici, dagli stessi vertici del fascismo – la convinzione che la sconfitta militare dell’«asse» sia ormai inevitabile e che il problema sia ora quello di uscire dalla crisi col minor danno possibile.
La convergenza di questi fattori rende tecnicamente e politicamente attuabile l’iniziativa del re. L’arresto di Mussolini avviene senza che nessuno dei suoi pretoriani si muova a sua difesa, mentre esplodono in tutto il Paese, da un capo all’altro, manifestazioni popolari imponenti contro il fascismo e la guerra.
Diversi però sono gli sbocchi che si intendono dare alla crisi.
Il re e i suoi alleati pensano a una sorta di fascismo senza Mussolini, che liquidi le bardature anacronistiche e del regime, mantenga il Paese sotto un pesante controllo e apra trattative segrete con gli alleati, ai quali si devolve il compito di fare i conti con le truppe naziste.
L’antifascismo militante intende estirpare il fascismo dalle radici, far propria la guerra contro il nazifascismo, riscattare col combattimento il popolo italiano dall’onta subita, farlo protagonista, in sostanza, della propria liberazione dal nemico interno e da quello esterno.
I comportamenti di ciascuna delle due parti sono moralmente e politicamente conformi alle scelte fatte.
L’8 settembre del 1943 il re, il suo capo del governo e i suoi generali avvertono il popolo italiano dell’armistizio con un proclama che suona come un «si salvi chi può» e abbandonano la capitale cercando protezione e rifugio presso gli alleati.
Sull’altro versante i partiti antifascisti, in prima linea quelli della sinistra, chiamano il popolo alla lotta armata. La storia della Resistenza è anche una storia di compromessi, ai quali si può dare la qualifica di «storici»: compromessi nei rapporti tra i partiti, compromesso con la monarchia, compromesso con i residuati dell’apparato di potere disastrato ma non distrutto. Il giudizio su di essi è ancora aperto ma resta comunque un fatto che l’antifascismo è tenuto a muoversi in una situazione che vede l’Italia sconfitta, occupata e amministrata dalle autorità, militari alleate, trasformata in campo di battaglia di guerra partigiana. Ed è un fatto che i partiti politici antifascisti si sono assunti la responsabilità enorme di guidare il Paese in una lotta contro un esercito del quale si conoscevano l’efficienza e la spietatezza, contro quegli italiani che, mutuandone i metodi, si schierarono dalla parte del nazismo.
La Toscana offre il primo esempio di quello che la Resistenza può e vuole essere. Firenze insorge al martellare delle sue campane e impegna i nazisti in una lotta lunga e sanguinosa, che si chiude con la liberazione della città, e presenta agli alleati un sindaco nominato dal CLN, che si è investito dei poteri di rappresentante del popolo e che ha già avviato in tutti i campi l’opera di governo.
Siamo nell’agosto del 1944.
A meno di un anno dall’8 settembre, i Comitati di Liberazione hanno compiuto il miracolo, lavorando sotto l’incubo delle camere di tortura e dei plotoni di esecuzione, di costituire degli organi di autogoverno popolare, organizzare un esercito clandestino e di guidarlo in una lotta che assume caratteri di epopea, di preparare i piani per fronteggiare i drammatici problemi della emergenza.
Segue il lungo inverno. Ai combattenti in armi il generale Alexander rivolge l’invito a riporre le armi e aspettare la primavera. È un invito che l’esercito partigiano non raccoglie. Il miracolo di Firenze si rinnova e si moltiplica. La guerra partigiana non ha soste, non concede tregue. Nella primavera i «ribelli» sono già all’offensiva. I grandi centri del Nord vengono liberati dalla insurrezione popolare che non ha nulla di improvvisato o di avventuroso, che nasce dalla sapiente combinazione dei tre fattori, l’avanzata alleata, l’iniziativa delle formazioni partigiane, l’appello al popolo intorno alle squadre cittadine che non hanno mai dato pace all’esercito di Hitler e alle bande di Mussolini. Le grandi fabbriche diventano fortilizi e basi per l’offensiva.
I partiti antifascisti, organizzati nei Comitati di Liberazione Nazionale traggono di qui la loro legittimità, dalla Resistenza nascono i nuovi valori etico-politici del popolo italiano.
Dalla conquista della sua unità fino al fascismo il popolo italiano si era riconosciuto nei valori affermati nelle lotte risorgimentali, in quella che fu definita «l’epopea sabaudo-garibaldina». Quell’ethos politico era stato infranto dall’affossamento dello Statuto, perpetrato da Mussolini con la complicità di un re che doveva esserne il garante. II mito cartaceo di Roma imperiale aveva sostituito quello di Garibaldi e di Mazzini, di Vittorio Emanuele e di Cavour.
Nella Resistenza rivivono, calandosi nella realtà della nuova storia e acquistando la concretezza della storia, i valori della libertà e della giustizia, della indipendenza e della solidarietà tra i popoli.
La Costituzione, non concessa questa volta da un monarca, ma elaborata e votata da una assemblea costituente, in rappresentanza di un popolo che ha già scelto la repubblica, è il «patto giurato tra uomini liberi», che sui valori della Resistenza è fondata, e in essi, e solo in essi, gli uomini liberi si riconoscono.
È un richiamo, più che opportuno, necessario, a quarant’anni di distanza da quel lontano 25 aprile.
Oggi noi possiamo formulare sul fascismo un giudizio che non risenta della carica di passione di allora, che può valersi di dati, di ricerche, di interpretazioni che hanno tutti i caratteri della scientificità. Ma il giudizio storico contiene sempre in sé anche il giudizio etico, e sotto questo aspetto, esso non può cambiare.
Il distacco dello storico non può diventare agnosticismo morale, la tolleranza del politico che allo spirito della Costituzione voglia rimanere fedele, non può ispirare aperture verso chi del fascismo intende rimanere erede e continuatore.
Chi ha fatto assassinare Matteotti e i Rosselli, chi ha fatto morire Gramsci in galera, chi ha dato all’Italia la vergogna infame delle leggi razziali, chi ha precipitato il Pa
ese nella catastrofe della guerra, resta, anche nel più pacato giudizio storico, un mandante di omicidi, un persecutore di innocenti, un folle avventuriero.
L’antifascismo non è solo opposizione al fascismo; è contrapposizione di un mondo di valori a un altro che ne è la negazione. Per questo esso non è «superato» e non è superabile, né in sede storica, a meno che non si pensi che la storia debba ignorare la dimensione etica dei problemi; né in sede politica, a meno che non si pensi che le reviviscenze di fascismo e di razzismo che oggi percorrono anche la nostra Europa non siano i segni di un neo-avanguardismo giovanilmente e spregiudicatamente audace nel cui segno rinnovare l’Europa.
I valori affermati dalla Resistenza furono quelli della pace, della libertà, della giustizia. Superarli non è possibile senza ricadere nelle barbarie.
È per questo che la Resistenza visse e vinse contro un nemico che sembrava imbattibile.
È per questo che essa vive e guarda con vigile ma fiduciosa fermezza all’avvenire.

Gaetano Arfé, Patria Indipendente n. 6-7 dell’aprile 1985, pubblicato martedì 23 aprile 2019