Senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia

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Senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia

L’anno scolastico è finito quando è iniziato il lockdown. Non prendiamoci in giro, non raccontiamoci storielle edificanti. L’anno scolastico è finito il 5 marzo 2020, malgrado l’attivazione della Didattica a Distanza.
Cosa mi hanno tolto quando mi hanno tolto la scuola? Semplice: mi hanno tolto la vita, o meglio, l’ossigeno. Non mi interessa vincere il premio professoressa dell’anno, non è di retorica che voglio scrivere: ma è innegabile che io abbia scelto l’insegnamento perché, più che insegnanti, ho avuto maestri di vita che mi hanno disegnato davanti agli occhi un orizzonte emotivo secondo cui chi sta dietro una cattedra – o, per quanto mi riguarda, in mezzo agli studenti – ha una missione.
Per me la scuola sono gli studenti. Non esiste niente che non debba essere pensato in funzione loro, persino una sufficienza – laddove il rendimento non sia pienamente sufficiente ma che serva come rinforzo positivo – è un atto politico. Nessuno deve restare indietro. Una possibilità va data a tutti, e spetta alla scuola farsi carico di dare ai ragazzi gli strumenti opportuni. Sono strutturalmente contraria alla bocciatura, per umanità e per formazione.
Da quando è finito l’anno scolastico, agli inizi di marzo, la gran parte degli insegnanti ha lavorato il triplo, facendo salti mortali per gestire la Didattica a Distanza e le problematiche a essa legate. La gran parte degli insegnanti, dicevo. Non tutti. Molti sono stati gli studenti con disabilità a essere completamente lasciati a se stessi. Ricordiamo che a questi ragazzi, con le lezioni in presenza, è garantito un percorso didattico personalizzato che ne salvaguardi l’autonomia, secondo le proprie possibilità. Nessuno deve restare indietro.
Molti sono stati gli studenti che non hanno avuto accesso alla Didattica a Distanza perché appartengono alle fasce più deboli e non hanno avuto la possibilità di procurarsi un computer. Il digital divide ha allargato infinitamente il divario tra classi sociali. Eppure, nessuno deve restare indietro.
Molti colleghi, di contro, sono insorti dicendo: ma non avevamo altro che la Didattica a Distanza. Quali erano le alternative?
Non sono io la Ministra della Pubblica Istruzione, non spetta a me risolvere questi problemi. Ma una cosa la so: se la ministra Lucia Azzolina, più o meno alla fine di Marzo, non avesse dichiarato coram populo che tutti i ragazzi sarebbero stati promossi, che l’anno scolastico sarebbe stato valido a tutti gli effetti, che nessuno avrebbe rischiato bocciature né all’Esame di Stato, né nelle classi intermedie, forse la Didattica a Distanza avrebbe funzionato meglio. E invece noi docenti – se la sono presa anche con l’età media degli insegnanti, perché cari miei, data la nostra vetustà ovviamente se la Didattica a Distanza non ha sempre funzionato, il motivo è da attribuire alla nostra incompetenza nel dominare i dispositivi informatici (della connessione che andava e veniva nessuno ha fatto menzione) –, dietro a uno schermo, abbiamo continuato a fare lezione e a interrogare fino al giorno prima delle chiusura delle scuole senza sapere come valutare, cosa, perché. A complicare una situazione già complessa, è arrivata qualche settimana fa la dichiarazione della Ministra secondo la quale invece bocciare si può, la promozione non è scontata, ci si baserà sul quadro scolastico precedente al lockdown. Quindi, secondo la Ministra, si può bocciare uno studente alla fine di un anno scolastico in cui la didattica vera e propria è terminata agli inizi di marzo.
Che durante il lockdown la scuola non sia stata al primo posto nell’agenda del governo è piuttosto evidente. Le scuole riapriranno a settembre (anche in quel caso, tra marzo, aprile e maggio, contraddittori sono stati i messaggi arrivati dalla Azzolina: in presenza no, la DaD ha funzionato bene quindi andiamo avanti così anche a settembre; in presenza sì, ma su turni; in presenza sì, ma con il plexiglass; in presenza sì, ma [fill the gap]) a ogni modo, quel che è risultato chiaro in tutta questa tragica confusione è che – da decenni ormai – al Governo italiano della scuola non interessa granché. Eppure è lì che si forma la democrazia. È a scuola che si dovrebbe crescere. È lì che si formano i futuri cittadini. La scuola è – dovrebbe essere – la più alta declinazione della democrazia e dei diritti civili. Senza scuola non c’è politica, non c’è giustizia, non c’è uguaglianza, non c’è crescita – né umana, né economica.
Infine, gli studenti.
Insieme a noi, impotenti. Sulle prime eccitati da questa tregua didattica, dopodiché sempre più angosciati, sempre più tristi. Quando scrivo che senza scuola mi sono sentita persa, so quel che dico. La mia scuola è fatta di confidenze, di confronti, di amicizia, di vita con i ragazzi, dentro e fuori dalle pareti scolastiche. Imparo ogni giorno da loro molto più di quanto io insegni. Senza di loro la mia vita è stata messa in pausa, i suoni ovattati, la testa intorpidita.
Quando torniamo?
Mi manca la scuola.
Mi mancano gli amici.
Mi mancano i professori.
Ma quando riapriamo?
La socialità è fondamentale, a scuola come nella vita. E la socialità scolastica è superiore a qualsiasi altra: è più intensa, è più edificante, è sicuramente indimenticabile. La socialità è comunità, e la comunità è uguaglianza ed è forza. Prendere una sedia e sedermi tra i banchi con loro, è stata la cosa che più mi è mancata. Più di Joyce, più di Beckett, più di Atwood, più di Mary Shelley. Ascoltarli ogni giorno, irritarmi ogni giorno, piangere ogni giorno, soprattutto ridere con loro, cercare di farmi conoscere per quella che sono al di là del mio ruolo, questo mi è mancato.
La fiducia, la voglia di insistere, le loro facce da schiaffi, i compiti in classe copiati, le eccellenze, ma soprattutto, soprattutto guardare negli occhi questi ragazzi magnifici che in prima liceo non parlavano una parola d’inglese – che, anzi, odiavano l’inglese – e che in quinta sostengono interrogazioni in lingua sulla letteratura perché «quando io voglio bene a una persona non la voglio deludere, e non volevo deludere te».
I rappresentanti d’Istituto, Anna Maria e Davide – due ragazzi eccezionali, e non perché siano miei – un giorno, durante una videochiamata, mi hanno detto: «Abbiamo l’impressione che ci abbiano rubato un anno, l’ultimo, il più importante… il quinto doveva essere un anno fantastico, noi, i padroni della scuola, i più grandi, a comandarcela e a fare cazzate. E invece niente, stiamo a casa, da soli. E saremo per sempre e per tutti i diplomati del 2020».
Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, con strumenti imperfetti.
Ma i nostri ragazzi sono straordinari, e meritano che si tenda tutti verso la perfezione. Meritano uguaglianza, responsabilità, concretezza, preparazione, autorevolezza, incoraggiamenti. Sono brillanti, tutti, non provate a insultare la loro intelligenza: sanno chi siete. Nel migliore dei casi vi sorpasseranno a destra e faranno strame della vostra ignoranza. Nel peggiore dei casi, li demotiveremo e li perderemo per la strada. Non possiamo permettercelo: ne abbiamo già persi fin troppi e ne stiamo pagando le conseguenze.

Gaja Lombardi Cenciarelli, Il Manifesto, 13-VI-2020